

Un lungo viaggio. Piedi scalzi, capelli scompigliati, briciole di pane sui sedili, Autogrill e toilette che puzzano di urina e detersivo. Vedo le monetine rimbalzare su un piattino fuori dai bagni, e le porte a vetri chiudersi dietro di me. E’ di nuovo Autogrill, è di nuovo mettermi in movimento, questa volta verso le mie origini, verso una nuova perdita.
Apro il finestrino e urlo: “ Papà questo è profumo di Puglia”. I miei genitori in macchina ridono increduli che io possa apprezzare quell’odore. Ma per me è inconfondibile. È un gradevolissimo profumo di rosmarino e di timo e di mare e di asfalto caldo.
Siamo giunti: case bianche, strade rotte, terre rosse, aride e incantevoli ulivi che sfilano l’uno a fianco all’altro.
Finalmente mi appare la scaletta dorata di mia nonna. E sono file di persone appoggiate ai gradini, al corrimano, al muro di casa, sulla strada. Entro e tutto è scuro. Volti tristi, file di sedie, vestiti neri. Papà ha pianto. E’ stata la prima volta che ho visto piangere papà. La nonna era lì che dormiva e quasi sorrideva. Sembrava quasi beffeggiarsi rinchiusa nella sua ilarità. Lei, con la sua forza stravolgente, sapeva gustarsi la vita. Lei, era piccola, soda, scura e forte. Mi somigliava, aveva i miei stessi occhi allungati. Pregava a voce alta e sapeva comunicare con gli angeli. A volte mi chiedevo se mai vedesse qualcosa che io non riuscissi a vedere. E io ho scritto il suo nome in un morbido Addio: ho preso un legnetto e l’ho inciso sulla malta non ancora indurita, su quella che sarà la sua nuova casa in quel loculo temporaneo del suo tempio.
Canzonette, liriche e ipocrisia nei volti di chi va ai funerali per giudicare, per curiosare nelle case. Voci sussurrano: “ ci eti quera bedda vagnona?” “ Eti la figlia dellu’Ntoni ca stai a Milanu. E sini, eti davveru una bedda vagnona. Ma tutti toi li fili dellu ‘Ntoni sontu beddi”(*).
Ipocrisia nei familiari che si uniscono attorno ad un comune cordoglio nonostante non conoscano nemmeno dove stiano di casa. Processioni di donne e uomini aderenti alle confraternite che reggono una croce, una tomba, hanno una lettera scarlatta appesa al collo, nella speranza di scontare i propri peccati. Redenzioni, tradizioni popolari. Un angolo d’Italia che non conosce modernità.
Ti muovi tra le strade avvolte dall’assolutezza del silenzio, in questo pomeriggio splendente di maggio, tra le crepe dei muri, tra olivi e cardi che ricoprono antichi ruderi. In questa terra gloriosa in cui dimorò Ercole, là dove splendeva la Messapia barbaramente assediata dai saraceni, squassata nelle viscere dai normanni e, invasa dagli arabi, è ancora medioevo. Una terra antica sopravvissuta alla sua storia. Degli antenati, qui sono rimaste sbiadite lapidi, desolate rocche. Ma sopra le macerie, i resti della case morte, ora si innalzano le mura delle nuove casette bianche che si sono trionfalmente fatte largo tra la quiete enigmatica del passato. E i suoi abitanti sembrano avere solo una visione parziale del mondo, perché ciò che conta è racchiuso in questi cumuli di pietre.
Esiste Erchie con la semplicità delle persone e la sicurezza delle piccole cose. Qui è bello esistere perché si è sicuri di ricevere visite al proprio funerale. Qui è facile scoprire l’amore. La gente si sceglie se si piace fisicamente, se la famiglia è raccomandabile. Qui le donne sono bellissime, con dieci euro l’estetista ti rimette a nuovo. Le case non badano a metrature, le matriarche non badano a spese per invitarti ai loro tavoli e dagli orti delle case la luce mattutina si riverbera tra le vetrate delle verande urlandoti Buongiorno, senza preavviso. I gatti saltano sui tetti quadrati ed uscendo da una casa entrano nell’altra. Qui i mercati si estendono in largo per tutto il paese e sono meglio della Rinascente. Qui è inutile difendere un albero o una covata di sporchi piccioni come in Lombardia. Qui è normale trovarsi sospesi tra i respiri del mare e delle anime racchiuse nelle foglie degli olivi. Qui il mondo si ferma e ciò che importa è la passione politica, forse quella autentica, con cui si urla nella piazze in tempo di elezioni. Qui le scelte e i risultati trovano spiegazioni facili, è Dio che vuole ciò, che si frappone tra il noi. Giustificazioni che rimettono nelle mani divine le proprie scelte.
Ma perché scervellarsi? Perché pensare così tanto come io sola so fare? Perché, non regredire e avere una visione parziale, dove tutto il mondo è questo incantevole paese uscito dalla cinematografia di Rubini?
Prendo la mia bicicletta e corro sulla spiaggia, tra le dune e la salina. Uno spettacolo meraviglioso: le specie rare di uccelli e la torre messapica in lontananza. Risalgo la duna e lo vedo… Il cuore mi salta in gola. Eccolo, nella sua maestosità, agitato e azzurro: il mare. Non esito, lascio cadere la mia bicicletta arrugginita e “puccio” i miei piedi, senza curarmi di togliermi le scarpe. Corro e salto. Il mare, il silenzio e io sola sulla spiaggia. Di nuovo quel profumo struggente di misto bruciato e timo, di fiori dello Ionio che si incanala tra le mie radici. Questo odore aspro e dolce di erba sembra il fiato di una vorace voglia di vivere del creato. Gli uomini passano, ma l’edera tra le pietre, il vento tra le onde, i gelsomini rigogliosi continuano per sempre. E quanto vorrei che te, ovunque tu sia, là dove ancora non ti ho trovato, possa condividere con me tutto questo. Ritorno indietro con la testa alla scorsa estate e al mio passato, a quelle stesse emozioni già vissute, che ho fatte scoprire. E ora nella mia solitudine, fisso l’orizzonte al tramonto e so che devo proseguire. Riprendo la mia bicicletta e ripercorro le strade polverose di sempre. La pioggia sottile rinfresca la mia pelle accaldata ancora da tutte quelle emozioni, dai ricordi, da quei pensieri che si susseguono, dal sudore di quel lungo pedalare, dalle notti insonni, dall’odore acre del lutto e dal profumo della vita.
Strade rotte, rovi e macchia selvatica. Questa è la mia Puglia piena di contraddizioni, gelosa della sua arcaicità, dell’insidia turistica. E forse tutto è un po’ bello così, nel suo essere selvatico, nel suo essere semplice.
Riprendo l’autostrada verso Milano. Anna, una costellazione di valori contrastanti, Anna che racchiude la parzialità nella totalità, si dirige verso casa, forse con malinconia, forse con senso critico. Ma sulla strada, all’uscita da Massafra riconosciamo la pescheria di sempre. Ultima tappa dovuta. Ah che paradiso! A presto Puglia.
Anna Valente
(*)
Chi è quella bella ragazza? E’ la figlia di Antonio che vive a Milano. E si,è davvero una bella ragazza. Ma tutti e
due i figli di Antonio sono belli.http://www.youtube.com/watch?v=0jryWN38HfQ