sabato 24 ottobre 2009

FIGLIO COME UN MIRACOLO, COME UNA METEORA





UNA MADRE CON IL SUO TROPPO AMORE
Fissai quella donna seduta nella sala d’aspetto con una catenina d'oro appeso al collo. Immaginavo la forza straordinaria di una madre con il proprio bambino.
Il cordone che lega la madre al proprio figlio è qualcosa che non può essere compreso, è fatto di sangue, di amore desiderato, condiviso e partorito, di cellule, di membrane e geni, di placenta, di sofferenza, di senso di protezione e istinto. Vedere crescere il proprio amore dentro di sé e vederlo prendere forma nelle sembianze di un piccolo umano, sincronizzarsi con il suo cuore e battito cardiaco. Soffrire un dolore straziante con la sola gioia di donare vita. Questo è l’unico vero miracolo a cui noi possiamo assistere, di cui noi donne siamo protagoniste.
Guardai quella donna e fui per un attimo incantata da un suo gesto che, con tale disinvoltura, racchiudeva il segreto di un legame indissolubile. Passò quel ciondolo sulle sue labbra prima in un senso e poi nell’altro, lo sfiorò con l’inconsapevolezza di chi fosse solita fare quel movimento per consuetudine. Un gesto divenuto ordinario nelle sue abitudini, tra i suoi giorni contornati di gioia e sogni per la sua creatura. Quel ciondolo era ormai parte di lei, parte di un amore esternato ed interiorizzato, esso era perfettamente incastonato nell’insenatura all’altezza della sua gola. Un ciondolo che riceveva dei baci sfiorati con le labbra di quella madre e che la teneva occupata nei suoi pensieri, sognando ad occhi aperti il momento della giornata in cui avrebbe potuto riversare il suo amore verso il proprio bambino.

UNA MADRE CON IL SUO TROPPO DOLORE
Fissai quella donna seduta nella sala d’aspetto con un ciondolino appeso al collo. Immaginavo la forza straordinaria di una madre che accettava la perdita del proprio figlio, di una parte di sé stessa, della propria vita. Sogni infranti, come quel bambino ormai divenuto polvere. Del suo bambino era rimasto un ricordo indelebile, calcificato nel suo ventre. Un dolore attutito dalla consolazione del tempo. Guardai quella donna e fui per un attimo incantata da un suo gesto che, con tale disinvoltura, racchiudeva il segreto di un legame indissolubile. Passò quel ciondolo sulle sue labbra prima in un senso e poi nell’altro, lo sfiorò con l’inconsapevolezza di chi fosse solita fare quel movimento per consuetudine. Un gesto divenuto ordinario nelle le sue abitudini, tra i suoi giorni sporcati di sofferenza e illusione. Quel ciondolo era ormai parte di lei, parte del suo dolore ormai interiorizzato, era perfettamente incastonato nell’insenatura all’altezza della sua gola.
Mi chiedevo perché la sorte avesse voluto concedere ad una madre un dono splendido come un figlio per poi riprenderselo. Esiste forse peggiore crudeltà? Quale Dio permetterebbe ad una madre questa sciagura? Perché mai la morte non può essere selezionata?
Solo un ciondolo, un ricordo presente, che riceveva dei baci sfiorati con le labbra di quella madre, che si sostituiva ad un amore che non avrebbe potuto essere vissuto, a quello che avrebbe dovuto destinarsi ad un bambino strappato dai seni materni.

http://www.youtube.com/watch?v=DFKUiRk0F2M
http://www.youtube.com/watch?v=uAN6OQDmHlE

venerdì 9 ottobre 2009

IL VENTO e IL MARE




Dedico a mio fratello l'unicità, la lirica e la grandiosità di un uomo pieno di ideali come Pablo Neruda. A te che insegui il vento e "il perfezionismo della curva tra le onde", a te che con la tua forza navighi tra gli oceani per cercare la quiete che contorna il mondo, a te che con la tua energia rincorri il maestrale, dedico questo mio nuovo post, affinché il mio affetto ti arrivi sempre come il mare che continua infinito e come l'eternità burrascosa dei venti nel cielo.
Anna Valente.


IL VENTO


Per questo devo tornare
a tanti luoghi futuri
per incontrami con me stesso
ed esaurirmi senza sosta,
senz'altro testimone che la luna
e poi fischiare di gioia
calpestando pietre e zolle,
senz'altro compito che esistere,
senza'latra famiglia che la strada.

PABLO NERUDA, Fine del Mondo


IL GRANDE OCEANO

Se dei tuoi doni e delle tue distruzioni, Oceano,
alle mie mani
potessi io destinare una misura, un frutto, un fermento,
sceglierei il tuo riposo distante, le linee del tuo acciaio,
la tua distesa sorvegliata dal vento e dalla notte,
e l'energia del tuo linguaggio bianco
che sgretola e disfà le sue colonne
nella purezza della sua rovina.

Non è l'ultima onda col suo peso salino
quella che frange le coste e genera
la pace di arenile che contorna il mondo:
è il centrale volume della forza,
la potenza distesa delle acque,
l'immota solitudine affollata di vite.
Tempo, forse, o calice colmo
di ogni movimento, unità pura
non sigillata dalla morte, verde viscere
della totalità bruciante.

Del braccio immerso che solleva una goccia
non resta che un bacio del sale. Dei corpi
dell'uomo sulle tue rive un'umida fragranza
di fiore bagnato permane. La tua energia
sembra scivolare non esausta,
sembra ritornare al suo riposo.

L'onda che sferri,
arco d'identità, piuma stellata,
appena si sprofonda è solo schiuma
ma poi rinasce senza consumarsi.

Ogni tua forza ridiventa origine.
Solo abbandoni spoglie stritolate,
gusci che il tuo gran carico ha scartato,
ciò che l'eccesso del tuo avere esclude,
tutto ciò che ha cessato di esser grappolo.

Oltre le onde è protesa la tua statua.
Vive e ordinata come il petto e il manto
di una sola creatura, i cui respiri,
nella materia della luce issati,
pianure sollevate dalle onde,
sono la nuda pelle del pianeta.
E' tua la sostanza che ti colma.

Piena di te è la curva del silenzio.

Di sale e di miele tuoi ribolle il calice,
l'universale cavità dell'acqua,
e non ti manca quanto possa avere
un cratere spellato o un vaso rozzo:
cime vuote, cicatrici,
segnali che vegliano sull'aria mutilata.

La tua corolla contro il mondo palpita,
tremano i tuoi sommersi cereali,
le soavi alghe appendono minacce,
navigano pullulanti i pescherecci
e sale al filo delle reti
solo il morto baleno della squama,
millimetro ferito nell'ampiezza
delle tue totalità cristalline.

PABLO NERUDA - Canto Generale

http://www.youtube.com/watch?v=AiAwYSsQ7JE

giovedì 1 ottobre 2009

I GATTI DI LISA AFFERRANO IL VENTO





Dedico questo racconto a tutte le persone che hanno una sensibilità troppo profonda, a tal punto da essere paralizzante. E a tutti voi dedico una citazione cinematografica:
“LA TRISTEZZA E’ PIU’ FACILE PERCHE’ E’ UNA RESA, IO DICO, TROVA IL TEMPO DI BALLARE DA SOLA CON UNA MANO CHE SI AGITA NELL’ARIA!” (Elizabetown).

Lisa gioca nel cortile con i gatti, i suoi unici amici in questa palazzina vecchia del centro di Torino. La madre la chiama dalla finestra perché la cena è già in tavola, e lei, fa finta di non sentire. Continua a giocare e decide di correre, deve rincorrere il vento. La madre urla ancora più forte.  Lisa continua a giocare, nascosta sotto i lunghi capelli neri. Ha gli occhi grandi, ha già gli occhi di un’adulta, occhi consapevoli del dolore dovuto alla perdita del proprio padre e della miseria del magro stipendio della madre. La madre continua a chiamarla e lei inclina la testa di lato, come se volesse far uscire quel timbro sonoro dalle orecchie. Rassegnata si china, prende uno dei gatti del cortile, lo accarezza un’ultima volta, e sale in casa.

Oggi, gli occhi di Lisa sono serrande chiuse, custodiscono dei segreti troppo profondi e troppo ingombranti per una giovane donna. E'  intrappolata in mezzo alle sue paure. E' ferma nella sua immobilità, nella sua incapacità di reagire, non ha artigli come i gatti. Ha gambe snelle racchiuse nei leggins, ha ancora i capelli lunghi e neri, ma ha occhi troppo tristi per continuare a sognare. Fuori: il cielo nuvoloso, la mole in lontananza. Lisa spalanca la finestra e fa entrare una boccata d'aria fredda, vorrebbe trattenerla. Si sporge per sentire i rumori di vita dal vicinato. Sente i rintocchi delle posate nei piatti, i televisori che emettono suoni confusi, infine, sente la presenza delle persone, di un calore umano a lei troppo estraneo. In lontananza, un gatto grigio la guarda fiero. Lisa lo osserva. Il gatto, infine, si avvicina alla finestra ed emette un soffio. Lisa è pervasa da quel suono, un richiamo che la desta dal profondo. Chiude le palpebre e invita nella sua mente i ricordi lontani, un ritorno all' innocenza. Si fa largo tra i corridoi bui della sua coscienza e prende fiato. Emula il rumore di quel soffio felino. Sente di essere riuscita  ad entrare in contatto profondo con il suo stesso esistere. E finalmente, la sua gravità acquista una nuova leggerezza. Sente di poter afferrare il vento, prima che questo le scivoli tra le mani.

Anna Valente