sabato 25 aprile 2020

Il mandarino nel cortile




Si muoveva lenta sul finire della notte, con la sottoveste bianca orlata di pizzo, il capo avvolto dal foulard in seta. Sonnambula silenziosa, veniva svegliata dai suoi fantasmi. Li conosceva uno ad uno e le facevano visita di tanto in tanto per farle compagnia. Li accoglieva nella corte della sua antica abitazione bianca, tra tufi, terra ed alberi di agrumi. Dalle chiome del mandarino un profumo pungente, grappoli arancioni e qualche pennellata di bianco sulla corteccia.

Ai lati del cortile il fascio della legna, un tavolo di legno antico con un setaccio e una distesa di pomodori esiccati. Era solita ricevere il buongiorno dal sole che albeggiava da sopra il tetto, facendosi largo tra i panni stesi sui fili. Sulla porta di legno sbatteva la tenda, nella brezza mattutina. Addossate al muro, file di sedie. E lei, nella sua Grazia, sedeva su una di esse. Accoglieva da padrona i suoi ospiti indiscreti. Una consueta visita, compagni di una solitudine travestita da condanna. Restava composta, nel silenzio del suo perpetuato dolore, con le mani avvolte attorno alle ginocchia incrociate. Erano mani stanche, nodose. Mani esperte, di chi aveva saputo maneggiare le carcasse degli animali sui banchi di una bottega di carni, di chi sapeva tagliare a fette futili sentimentalismi e dividerli da una cruda concretezza. 

Attorniata dai tormenti, riemergevano i ricordi dei cavalli scalpitanti nell’antico macello, sotto la furia di un leggendario domatore. Adiacente all’antica stalla, sorgeva l’attuale orto, dove i figli raccoglievano allegri, sotto il sole, gli agrumi intrisi di felicità.

Vite spezzate, cuori sepolti da un’impietosa sorte.

Assorta nei suoi ricordi, velata da una consapevolezza levigata dal tempo duraturo, volgeva lo sguardo all’albero di mandarino, per poi spostarlo con derisoria ironia sui suoi amati visitatori.

giovedì 23 aprile 2020

DIARIO DI QUARANTENA. Primavera 2020.



Bloccati in casa in un distanziamento sociale, ci trinceriamo da dietro le finestre, per non imbatterci in un nemico invisibile. Un virus capace di distruggere tutte le nostre convinzioni biotecnologiche del ventesimo secolo; così minaccioso da essere letale: si insidia come ospite indesiderato nell’apparato respiratorio fino a indurre soffocamento. Morti agonizzanti e solitarie.
Terapie intensive sature di malati, di speranze. I medici corrono esausti, elemosinando con disperazione respiratori, in preda al soccorso improvvisato e sperimentale. Nelle loro mani il peso della selezione anagrafica: dover scegliere quale vita abbia più valore per proseguire. Una decisione che pesa come un macigno sulle loro coscienze.

Attaccati ai fili della vita, gli ultimi pensieri dei sofferenti sono rivolti ai propri cari che non potranno mai più salutare, nemmeno ai loro funerali. Cuori spezzati, ricordi che scorrono come in una pellicola, speranze vanificate.

E intanto agli spettatori increduli non resta che aspettare le indicazioni dei nuovi decreti governativi, come vani tentativi di trovare soluzioni per la riapertura al mondo, rinchiusi nell’ansia, nell’ attesa che si realizzi una discesa della curva dei contagi.
Riecheggiano le note nostalgiche degli inni nazionali dalle finestre. Speranze di vita, di ripresa economica. Speranze di ritornare alla normalità di muoversi per strada, di riabbracciarsi, di intrattenere conversazioni. Nostalgia di una quotidianità scandita dai ritmi incalzanti degli impegni.

Tutto rallenta, tutto si paralizza. Città vuote, paesaggi che ricordano il dopoguerra. Solo desolazione, l’eco della paura in sottofondo. I pochi dispersi per le vie si muovono trafelati con le buste della spesa, come fantasmi. Code di persone, con sguardi terrorizzati e diffidenti, fuori dai supermercati.

In questo limbo, cullata dalla paura e dall’attesa, vorrei fermare ogni istante come se tutto fosse un semplice incantesimo. Hanno fermato il tempo e mi ritrovo proiettata su un presente etereo fatto di risate in sottofondo, buoni propositi. Improvvisamente spariscono i bisogni materialistici, il superfluo. Imparo a farmi bastare il necessario dentro alle pareti domestiche. Qualche scorcio di verde rubato all’orizzonte di una finestra.
Rispolvero casa, rispolvero me stessa e il rapporto con tutti voi.
Mi ritrovo a disegnare i contorni di un assetto famigliare colmo d’amore. Mi stringo a voi ancora più forte, mi perdo nel profumo inebriante della vostra morbidezza e mi lascio avvolgere nei vostri respiri nella notte.
Mi ritrovo a colorare, a fare costruzioni di fantasia, a rotolarmi con voi in un presunto caos che si frappone all’ordine domestico, all’ordine che dovrei dare a questo vivere, mentre incolonno file di obiettivi da realizzare nella testa.
Improvviso ricette inesistenti, vi coinvolgo con mestoli e farina.
Poi, ci sei tu che ti muovi rassicurante e possente per le stanze, con il tuo fare impegnato, i tuoi progetti sparsi sulla scrivania. Una rara presenza, una condivisione di pensieri, di momenti. I film rubati al sonno che ci riportano alle gesta di gioventù.
E infine c’è Lei, che si muove sinuosa su questo foglio, come in una magica danza. Armoniosa traccia le coreografie della mia mente in una dolce melodia: penna inquisitrice delle mie riflessioni più profonde.

Anna Valente.
Picture from Magnum Photos: https://www.instagram.com/p/B_NkNcxp9wC/?igshid=1m9d7k82agdg9

martedì 21 aprile 2020

RITORNO

Oggi, dopo più di dieci anni dall' ultima volta che ebbi il coraggio di dare vita ad un foglio bianco, ho deciso di ritornare a scrivere, Mi manco. Mi manco nella mia profonda intimità. Ho vissuto e concretizzato sogni meravigliosi che hanno placato una velata inquietudine. Ma i miei pensieri continuano a fluttuare e devo fermarli su qualche nuova pagina. Ho bisogno di rileggermi per emozionarmi nel ricordo, di perdermi nella fantasia, vorrei farmi scoprire dai miei figli, raccontare con fermi di immagine, a chi ha occhi curiosi per leggermi. Ringrazio le persone a me più care, in particolare mio marito, che hanno rispolverato i miei racconti, esortandomi a riprendere la scrittura. E' stata una magica sorpresa scoprire che questo blog sia rimasto in vita e leggere tanti commenti di persone emozionate. La concretezza del vissuto e il giudizio su me ste stessa non mi lasciavano più libera nella scrittura. Mi sentivo ingabbiata in un senso di auto conservazione personale. Poi, una cara amica mi ha consigliato di abbandonare la pesantezza stilistica che frenerebbe il flusso naturale della narrazione e di non nascondermi dietro una razionalità conquistata nel tempo. Devo a lei se ho trovato la spinta per una ripresa. Spero vivamente di riuscire a conservare la stessa spontaneità narrativa, di riuscire a decodificare con la stessa naturalezza le sfumature delle mie fotografie interiori. A presto. Anna