Si muoveva lenta sul finire della notte, con la sottoveste bianca orlata di pizzo, il capo avvolto dal foulard in seta. Sonnambula silenziosa, veniva svegliata dai suoi fantasmi. Li conosceva uno ad uno e le facevano visita di tanto in tanto per farle compagnia. Li accoglieva nella corte della sua antica abitazione bianca, tra tufi, terra ed alberi di agrumi. Dalle chiome del mandarino un profumo pungente, grappoli arancioni e qualche pennellata di bianco sulla corteccia.
Ai lati del cortile il fascio della legna, un tavolo di legno antico con un setaccio e una distesa di pomodori esiccati. Era solita ricevere il buongiorno dal sole che albeggiava da sopra il tetto, facendosi largo tra i panni stesi sui fili. Sulla porta di legno sbatteva la tenda, nella brezza mattutina. Addossate al muro, file di sedie. E lei, nella sua Grazia, sedeva su una di esse. Accoglieva da padrona i suoi ospiti indiscreti. Una consueta visita, compagni di una solitudine travestita da condanna. Restava composta, nel silenzio del suo perpetuato dolore, con le mani avvolte attorno alle ginocchia incrociate. Erano mani stanche, nodose. Mani esperte, di chi aveva saputo maneggiare le carcasse degli animali sui banchi di una bottega di carni, di chi sapeva tagliare a fette futili sentimentalismi e dividerli da una cruda concretezza.
Attorniata dai tormenti, riemergevano i ricordi dei cavalli scalpitanti nell’antico macello, sotto la furia di un leggendario domatore. Adiacente all’antica stalla, sorgeva l’attuale orto, dove i figli raccoglievano allegri, sotto il sole, gli agrumi intrisi di felicità.
Vite spezzate, cuori sepolti da un’impietosa sorte.
Assorta nei suoi ricordi, velata da una consapevolezza levigata dal tempo duraturo, volgeva lo sguardo all’albero di mandarino, per poi spostarlo con derisoria ironia sui suoi amati visitatori.
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