giovedì 16 settembre 2010

LA MIA MEMORIA TRA ULIVI E SALICI


E’ notte tarda. Io sono seduta al tuo fianco in macchina e cerchiamo di tenerci svegli, assonnati e impauriti mentre ci perdiamo nell’entroterra leccese. E’ aperta campagna. E’ buio; ma attorno si intravedono le ombre degli ulivi che si ergono possenti. I rami tesi sembrano volerci afferrare e condurre nel regno dei dormienti. Il mistero del silenzio e degli spazi scuri ci spaventa e ci affascina. Siamo avvolti dall’ignoto. Ci muoviamo lentamente, chiusi in auto, tra i lembi di terra arida e ferrosa, dal fascino ancestrale. Sono strade sconosciute, ma magicamente familiari. A farci compagnia solo il rumore delle cicale notturne nascoste tra i rami rigogliosi. Scorrono i tronchi secolari, avvolti in una torsione che dona loro movimento. Nodi dell’anima intrisa della melodia dei canti degli angeli. Affondano le loro radici nel bollore rosso della storia. Sembrano esseri danzanti nel buio fitto della notte, testimoni silenziosi del passato. Anche nella loro corteccia è incisa la memoria che fa irruzione nel nostro presente e ci costringe a ricordare. Fluttuano i rami al fischio di vento, un soffio continuo come voce dei nostri antenati. E sento in lontananza un timbro familiare che mi giunge con il fischio del vento: la voce di mio nonno. Solo il ricordo di quando io ero bambina e sedevo sul gradino di marmo del suo caminetto acceso. Seduto sulla sedia patronale, con il cuscino sullo schienale, al suo fianco il bastone, un conforto fedele al quale appoggiarsi nei suoi giorni di vecchiaia. Amava parlare e intervallare i racconti a momenti di silenzio in cui contemplava il fuoco. Di tanto in tanto estraeva dalle tasche un antico orologio da taschino. La sua voce era decisa e protettiva, come quella di un vero tenore. Mi ricordo di quando mi raccontò come aveva conosciuto nonna. Essendo un musicista, si spostava di paese in paese. Un giorno andò a suonare nella piazza di un piccolo paesino, al confine tra le province salentine, e rimase incantato dagli occhi profondi di una donna alta, magra, con la pelle chiara. Nonno scese dal palco e la seguì fino a casa. Ritornò in quel paesino il giorno successivo e poi quello dopo ancora, finché non riuscì ad avvicinarsi a quella donna. Avvenuto il fidanzamento ufficialmente, continuò a recarsi fuori dalla casa di famiglia della nonna, percorrendo queste stesse strade di campagna. Una sera, mentre percorreva il suo solito tragitto in bicicletta, si ritrovò sulla strada che portava al cimitero. La sua bicicletta si fermò. Una forza improvvisa lo immobilizzò e sentì un calpestìo. Fu sorpreso nel vedere un’orda di donne in fila in una processione, vestite di nero, con il rosario in mano. Rimase immobile a fissarle, aspettando che passassero oltre. Improvvisamente quelle donne si dissolsero nella nebbia e la sua bicicletta riprese ad andare. Ripenso a come quell’episodio mi aveva spaventata da bambina e ora, in questo stesso luogo, ho la sensazione di poterlo vivere. Una leggenda, un pezzo di vita di mio nonno, parte di me. Penso alle anime racchiuse tra i rami e alle ceneri mischiate alle zolle di terra. Finalmente usciamo dalla campagna e un corridoio di salici piangenti ci fa strada. I gradini alti delle case di tufo ci riportano all’atmosfera rassicurante di sempre. I tetti bassi, l’asfalto rotto, la chiesa in pietra leccese, i vicoli stretti e gli antichi ciottoli. Ci fermiamo nella piazza del centro. Abbandoniamo l’auto aperta e andiamo a sederci su una panchina. Non servono parole, io e te siamo in grado di provare le stesse emozioni perché osserviamo la nostra terra con lo stesso nostalgico affetto. Ci stringiamo e l’emozione si fa ancora più forte. Respiro a pieni polmoni quasi a volere trattenere nelle narici l’odore della nostra storia. Di fronte a noi appare un uomo seduto su una bicicletta. Lo osserviamo come spettatori del passato. L’immagine si dissolve e nella foschia si chiude il sipario dell’incanto. ANNA VALENTE

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