venerdì 12 giugno 2009

RADICI ANTICHE E FUTURE







Bisogna cercare di farsi conoscere il più possibile dalla persona che si intende amare o forse lei ci ha da sempre conosciuti?
Sete di parole. Mi piace parlare con te, perdermi in labirintici pensieri e lasciare che il tuo silenzio fatto d'ascolti riempia i vuoti del mio cuore. Sguardi, frasi che scorrono veloci, parole interrotte, baci. Pause, miscroscelte lessicali istintive, melodia, tono, odore. La mia ragione si lascia andare, briglia sciolte davanti alla tua semplice naturalezza. Tu sei praticità, non ti poni stupide questioni, non fai più infantili e curiose domande. Mi piace averti vicino. Parola e presenza.
Te ti sei soffermato da troppo tempo sull'aspetto osceno della vita e con me speri di riaprirti all'età dell'oro. Ti riecheggiano nelle orecchie i miei sorrisi, i miei occhi impazziti di vita. Sono forse irreali? Ricordi sbiaditi e proiezioni automatizzate dalla comunicazione tecnologica. Ci siamo impegnati a sopravvivere a lungo ai nostri personali dolori. Sentimenti calpestati. Stessi film vissuti, stessi finali. Di nuovo siamo in gioco, ma a questo giro, siamo spauriti. Ci siamo solo io e te su questo set. Quale sarà il finale? Riusciremo a farcela? Riusciremo a staccarci di dosso gli spettri del passato? Riusciremo a vivere di beata giovinezza? Riusciremo a spogliarci da questa pesantezza, di un vivere che noi non abbiamo mai vissuto assieme? Riusciremo a fare tutto questo senza disperderne il valore?
Io vorrei solo abbracciarti e farti dimenticare in fretta tutte quelle sofferenze, ripulirti da tutta quella polvere, succhiare via il veleno dal tuo sangue. E anche il tuo dolore, io lo vorrei bere, e poi gettarlo lontano.
Quando si è davvero pronti a rivivere nuovi rapporti? Forse tutto è determinato dalla velocità con cui risaniamo vecchie ferite, in cui elaboriamo il dolore. Traumi che lasceranno sempre impronte laceranti e che ci porteranno ad aprirci con meno semplicità e più pregiudizi. Paure, che si fanno insommortabili.


Salgo sul treno... Non riesco a fermare i miei movimenti, le gambe mi tremano.. I viaggiatori vicini mi fissano. Guardo fuori dal finestrino, il cuore mi rimbalza nelle orecchie, poi lo sguardo si sposta impaziente sul monitor del mio cellulare. Sono passati dieci minuti da quando ti ho scritto, ma te non rispondi. Mi ripeto: "cosa vuoi che siano pochi minuti? Smettila di agitarti"...Ma non riesco. Nuova pazzia, nuova partenza, nuovo tutto. Lui sarà così nuovo? No, lui mi conosce da una vita.. o forse no? Lui, lui, lui è esattamente ciò che la mia mente ha sempre disegnato e ne conservo ancora le matite in un buio cassetto. Aspettattive, strazianti illusioni. Pesantezza nel definire i contorni di queste migliaia di sfumature del mio essere, tra passato, presente e futuro, tra i tanti confusi sentimenti.
Il cellulare fa il suo "bip"..Tu mi dici che sei già alla stazione, ma che vorresti scappare.
Agonizzo, giuro. Mi logoro. Mi ribolle il sangue nelle vene. Sucidio. Lancio nel vuoto. Il treno ha finito la sua corsa.
Arrivata.. Eccomi..Si aprono le porte... Eccomi... Vorrei correre ma i piedi sono pietrificati. Poi scendo.. Ti vedo. Ti avvicini a me. Il cuore è ancora nelle mie orecchie, ne sento i rintocchi; poi esso scivola su una pista piena di curve e sento che raggiunge la gola. Mi sto strozzando. Mi dico: " fai finta di niente". Le mani tremano e, mentre alzo gli occhi, riconosco la tua sagoma ormai a pochi metri da me. Vorrei scappare via...Eccoti, bello nella tua maestosità.  Vorrei nascondermi dietro una colonna, ma mi vedi. Mi corri incontro. Io mi avvicino verso di te e, a pochi centrimetri, ci fermiamo. Occhi nuovi, occhi di allora. Ritorno. Nuova, unica scoperta. Sorpresa. Esaltazione. Paura, tanta. Ci guardiamo incantati. Ho la bocca impastata e la voce è troppo fioca. Impossibile abbattere la mia afonia. Silenzi. La tua tachicardia ti rende altrettanto impacciato. Solo un desiderio: l'abbraccio. E il mio corpicino resta rannicchiato nelle tue immense braccia. Un ritorno di bimba mentre te mi sorridevi con la tua dolcezza. Solo un sogno che si realizza.

Parole che non si riescono ad esuarire. Silenzi immersi nella natura delle montagne, di un abbraccio. Sguardi contemplanti e mani sudate.

Due calici di vino, io maldestra rovescio un tavolino di vetro. Te e la tua musica. Io spettatrice. Unica protagonista: la tua chitarra.


Ti stringo forte sul sellino in piena velocità e i capelli mi si scompigliano nel vento. Mi lascio cullare dalla tua protezione. L'andamento lento della moto che divora la strada. Andamento armonico, silenzioso. Così sono i miei pensieri. Avvolta da un'aurea di emozioni, da una forte energia, da paesaggi incredibili.
Ci fermiamo. E' bello guardare il panorama da questo scorcio di autostrada. Panorama lacustre. Ti strappo un bacio. Fa troppo caldo.
Arriviamo fino in cima alla montagna. Scorgiamo un monastero. La stanchezza ci fa fermare. Siamo appoggiati ad un cancello. Confessioni troppo intime per essere svelate. Solo i fantasmi dei nostri avi ne sono testimoni. Storie di spiriti e presagi, di ancestrali tradizioni. E poi riemergono le origini, le nostre, uniche e rare.
Visitiamo le antiche mura del monastero e una vista panoramica sulla valle. Riuscirò mai ad avere un controllo delle mie emozioni nello stesso modo in cui il mio occhio riesce a fotografare tale paradiso con questo grand'angolo?
Alla fine del percorso guidato, un libro. La pagina delle firme e dei pensieri da condividere come ricordo. Solo l'inzio. Solo un pezzo di noi, un pezzo di musica, un pezzo di poesia, un pezzo di valli, un pezzo di sogni. Solo l'inizio di un lungo ritrovarsi, per poi continuare a sonnecchiare la domenica mattina insieme e prima di cominciare a riempire le caselle vuote del presente.

Tremo. Troppo. Ancora.


Anna Valente




http://www.youtube.com/watch?v=LsTQM4t76r8

1 commento:

Anonimo ha detto...

Che dichiarazione!

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