


Questo racconto è stato scritto diversi anni fa.
Emerge l’emotività e l’instabilità di una ragazza matura, poco più che adolescente. E’ la storia misteriosa di un incontro che segue il corso di una profonda delusione, un rifiuto, un sentimento che non ha mai avuto il coraggio di essere vissuto. Una rivalsa avvenuta nel tempo e il forte desiderio di ricevere una risposta. Forse ciò che ci fa stare peggio è la negazione di una risposta ad un “perché”, quel perché che ci ha recato per tanto tempo un tormento. Il chiarimento contribuirebbe certo a restituire un senso di stabilità e di liberazione alla protagonista di questo racconto. Giunge la resa dei conti e un improrogabile impegno che potrebbe impedirla. Un affascinante mistero, che ci fa ricordare una delle tante storie di “Gente di Dublino” di Joyce, storie inaffidabili, indefinite ed emozionanti.
Cammino trafelata sotto i portici del centro città e incontro il tuo sguardo. Una fitta al petto. Prima di poter mettere in pratica qualsiasi reazione controllata, ti sorrido. Ci salutiamo e ci ritroviamo seduti a terra di fronte ad una chiesetta del centro storico a raccontarci di noi. Siamo cambiati. Tu ti accorgi di quanto io sia divenuta diversa dall'ultima volta che mi hai vista. Un giorno mi hai detto che avresti apprezzato se fossimo mai riusciti a parlarci liberamente senza vergogne e sensi di colpa sulle spalle. Mi accorgo che forse quel momento è giunto. Hai l'aria dimessa, spaventata ma felice. Stranamente sono tranquilla, scaldata dal sole e da un amore che mi dovrebbe dare conforto. Ti sfido con la mia fierezza, ti sfido con la mia diversità, ti sfido con questo falso senso di sicurezza che vorrebbe sorprenderti. Ti guardo negli occhi, ti fisso, cerco di non distogliere lo sguardo. Prima o poi ti accorgerai della mia forza, capirai che non sono più la stessa di un tempo. "Dai guardami, stimami, desiderami, soffri, perché non mi puoi avere, perché sono lontana mille miglia da quella che un tempo non riuscivi ad amare . Guardami negli occhi: sono più grande, sono quasi una donna, sono più forte".
Alzo il viso al cielo e mi lascio baciare dal sole. Voglio richiamare la tua attenzione. Fingo indifferenza, fingo serenità. Sono consapevole della mia bellezza e di questa forza ormai levigata con il mare della rabbia e dello sconforto.
Dopo quell' incontro, decido di raggiungerti per un ultimo saluto.
Siamo seduti al bar della stazione in attesa che arrivi il treno. Mi offri un "Bacardi". Inizi a parlare in modo ininterrotto. Ti interrompo. Ti stupisco e, quasi con un tono che suona aggressivo, ti chiedo: "dimmi solo una cosa: perché"? Non servono spiegazioni, non serve aggiungere altro. Sai già a cosa alludo. Ti svincoli e ti zittisci. Cerchi di trovare un ordine ai tuoi falsi e confusi perché. Cerchi, ma non riesci perché ancora stenti a fare chiarezza nei tuoi sentimenti. Mi guardi con occhi lucidi e, con voce tremante, mi offri una sola risposta, forse quella che da sempre avrei voluto ricevere: " uniche componenti, tanta stupidità e paura". Intanto sopraggiunge il treno. L'interruzione, l'ennesima interruzione. L'annunciatrice pronuncia il numero del binario e io devo correre perché il binario si trova nella parte opposta al bar. Devo riuscire a prendere l'ultimo treno, non posso perderlo. Corro, sento le scarpe troppo strette, lo zaino è troppo pesante, e ancora di più pesa il fardello di una bugia raccontata pur di rincontrarti di nuovo. Riesco a salire sulla carrozza. Dietro di me si chiudono le porte e il treno parte.
Da dietro i vetri delle porte il tuo viso. Ancora una volta addio, ancora una volta il tempo non ci lascia spazio per chiarirsi. Il treno si allontana, io cerco un posto in cui sedermi. Ho il fiatone e mi sento scossa. Il treno prende velocità, la testa mi gira. Guardo fuori dal finestrino: davanti ai miei occhi, i paesaggi scorrono velocemente e non riesco a definirne i contorni. E scorrono anche i visi diffidenti e curiosi dei passeggeri. Percepisco l'odore del lago, esso è filtrato attraverso il finestrino e si mescola con la puzza dei sedili un po' consunti. Appoggio la testa allo schienale del sedile e penso che non posso fermare tutto quel movimento con le mani, devo lasciarlo scorrere. Ho un impegno che mi porta dritto verso la sicurezza, la tranquillità apparente. E' lì che ho trovato riparo per scappare da quelle emozioni così forti, così imprevedibili, così instabili, così vere.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=RlwAHr-lgkI
http://www.youtube.com/watch?v=8HdfF-S0WUw
"Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l'avrai mai" ( Gabriel Marquez)
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