Questo è lo spazio creativo di Anna Valente. Qui troverete alcuni miei racconti ai quali ho abbinato dei links musicali e delle fotografie. Buon viaggio tra i miei pensieri e le mie emozioni, nella speranza di poterli condividere con voi.
giovedì 10 agosto 2023
ROSETTA
E’ lì, seduta su una panchina, accanto all’uscio di casa, con gli occhi abbassati su un nuovo libro, da poco consegnato da un fattorino, nell’ultima casa timidamente nascosta sul lato sinistro di una ripida salita di Dorgali. Rosetta, è una donna anziana, minuta, dall’incarnato chiaro. Ha il viso incorniciato da un caschetto castano, la bocca accenna un sorriso rilassato con le labbra chiuse, mentre è assorta dalla sua lettura. Da dietro le lenti degli occhiali risaltano due occhi vigili e benevoli, rivolti ai suoi visitatori, turisti di passaggio che cercano alloggio nella sua storica casa di famiglia, dal color pesca, estesa su tre livelli, avvolti da una rampa di scale. La casa è circondata da folti alberi che ne conferiscono una piacevole ventilazione.
Al piano terra si estende il cortiletto e un rigoglioso giardinetto, con un tavolino e due sedie, dove Rosetta è solita uscire a fare colazione.
Al primo piano, sul pianerottolo d’arrivo, la sua piccola panchina di legno e poco dopo, l’ingresso di casa. Dalla finestra del suo salotto, l’affaccio sul cortile: in lontananza le montagne verdi e rocciose dell’entroterra nuorese, oltre le quali si estende il mare. Una pianta da interni, cresciuta troppo rigogliosamente, cerca di oltrepassare il soffitto e si erge di fronte alla finestra, facendone filtrare la luce.
In casa si respira cultura e una storia intrisa di ricordi ormai lontani: sulle pareti i quadri stilizzati, sulle poltrone i cuscini in raso raffiguranti dei quadri di Klimt, nelle librerie i libri meticolosamente impilati e sul pianoforte qualche foto di famiglia incorniciata.
Rosetta è una creatura a tratti allegra e a tratti consumata dalla nostalgia,a volte dalla solitudine che viene a trovarla nelle fredde giornate d’inverno. I suoi compagni fedeli sono i libri, che sfoglia con ardore da sempre. Le pagine sono luoghi lontani in cui lei può rifugiarsi con la sua fervida immaginazione, dove può allietare i suoi pensieri e tornare ad appassionarsi, a trasferire ai suoi allievi il nettare della cultura. Quanto sono lontani i tempi in cui insegnava ai suoi scolaretti sardi! Ma i suoi ricordi sono ancora molto vivi: lei ripercorre nella mente la vita di ciascun bambino e tutti i suoi tentativi di toglierli da un presente incerto, per destinarli ad un futuro più clemente. Ed ecco che può chiudere gli occhi, dalla penombra delle lenti dei suoi occhiali, per ricordare come tradizioni e dialetto si mescolavano con i sonetti ritmici dei cori sardi e con le fiabe di Rodari.
Sfogliando i suoi libri, è come se si muovesse tra i banchetti dei suoi allievi, come se ripercorresse a ritroso una vita piena di soddisfazioni, tra i colori verdeggianti delle distese montagnine e l’azzurro del mare di Cala Luna, dove trascorreva le sue domeniche in famiglia. Le gite in barca, il pranzo in spiaggia, gelosamente preparato con cura dal mattino e avvolto dentro ad un canovaccio.
Rosetta, esile e dolce, seduta accanto alla porta di casa, avvolta dalla freschezza mattutina del clima ventilato, in compagnia del suo gattino dal folto manto arancione, sorride ai suoi nuovi ospiti, affamati di vita e curiosità. Presto conosceranno le emozioni artistiche e culturali della Sardegna. Rosetta ha in serbo per loro un nuovo tesoro da sfogliare, i cui racconti li porteranno in un mondo magico e leggendario del mare incantevole del golfo di Orosei e delle montagne selvagge del Supramonte.
A presto Rosetta e grazie per averci insegnato a stupirci.
Alessandro, Anna, Gabriele ed Edoardo.
giovedì 11 novembre 2021
STIVALI DI GOMMA SUL CIGLIO DELL'ORTO FIORITO
Eri un uomo gioviale, ti muovevi con andamento quasi saltellante. Eri
rassicurante e coraggioso. Lottavi per ogni caparbia ricompensa di fronte alle
faticose aspettative della vita. Nobile d’animo, avevi un’aurea solare e
possedevi un forte senso di attaccamento alla tua terra. Tuttavia, eri
primordiale, così come lo erano i tuoi sentimenti autentici. Generoso e mosso da
un’ambizione che non aveva alcun appagamento materiale, se non quello di
lasciare in custodia dei tuoi cari il dono di goderne. Non pretendevi
gratitudine, ti bastava agire con altruismo. Il tuo cuore stracolmo di bontà era
sintonizzato con la natura. Come un alchimista, avevi trasformato le spine in
oro, da un appezzamento terreno pieno di rovi, ai margini della città, riuscisti a far nascere un
giardino incantato, con in mezzo il pozzo dei desideri, da cui attingevi l’acqua
per irrigare i campi. Un’acqua che sembrava purificare le falde.
Mani forti e
grossolane, ma al tempo celestiali, con le quali impugnavi la zappa con tutta la
straordinaria forza che possedevi.
Fortemente legato alla tua terra d’origine, alla tua gente,
alle tue tradizioni, coltivavi quelle radici, fino a farle ergere con delle
rigogliose piante, frutto delle emozioni del tuo vissuto. Fuggivi nel tuo esilio
felice, estraniandoti da un’asettica urbanizzazione. Dentro quell’angolo di
Paradiso accordavi il tuo spirito buono, ripercorrendo la tua storia e davi
vita ai giardini della tua memoria. Dio ti scelse per la tua dignitosa umiltà.
Ti accolse ancora nel pieno delle forze, al termine dei tuoi sacrifici
lavorativi, non appena ti fu concessa la possibilità di godere del tanto ambito
riposo. Prima un infarto ti strappò dai tuoi affetti e ti vide sospeso sul
filo della vita; poi qualche angelo fece con te qualche patto e ti riportò
tra i tuoi cari, regalandoci questa effimera illusione. Ti fu offerto in dono il
miracolo di poter conoscere i tuoi primi nipoti, di emozionarti di fronte alla
loro nascita. Poi la malattia inaspettata e soffocante ti accompagnò verso
l’infinita beatitudine dei prati divini. Seduta accanto al tuo letto, ti presi
per mano e lasciai che il mio amore ti arrivasse finché io non sentii esalare il
tuo ultimo respiro. Come un alito del vento, ti immaginai volare oltre le
distese dei campi dorati di mais, oltre le more del tuo amato giardino. Oltre la
polveriera cittadina, attraversando il mare ionico e le rosse distese di ulivo,
in un abbraccio celestiale verso gli antichi affetti. In quell’orto di periferia
urbana e nei frutteti della casetta al mare dalle rosse inferriate, gli alberi
continuano a vestirsi dei primi frutti, dimenticandosi il gelo dell’inverno. Tra
i rami ancora in fiore, il tuo cuore fa ritorno e le distese dei campi si
colorano dell’immensità del tuo animo sempre fiorito. Nei mei ricordi conservo i
tuoi stivali di gomma, li immagino sul ciglio del tuo orto, appena varcata la
porta con su appesa la tua camicia a quadri. Nel mio essere si è radicata con
tenacia la tua solarità e la forza straordinaria con cui affrontavi la vita, con
il sorriso e con forte passione. Mai come ora ti percepisco in ogni dimensione
atemporale e spirituale, oltre ogni distanza metafisica. E ogni volta che ti
ritrovo, ti sorrido, come te mi hai insegnato a fare. Grazie per aver forgiato
il mio vissuto e per aver arricchito il mio cuore dei tuoi valori. Grazie per
essere stato mio Padre,
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lunedì 27 luglio 2020
A mio padre..
Manchi come l’aria e manca tutto quello che con te è evaporato via: il senso di casa, di protezione, i progetti pieni di soddisfazione che serbavi per tutti noi, il mio passato rassciurante, l’equilibrio domestico, le grandi mangiate,le reti famigliari piene di sorrisi e calore. Mancano i frammenti fotografici della mia infanzia, piena dei tuoi sacrifici, in cui mi hai permesso di costruire il mio Essere, le mie esperienze.
Mi ricordo ancora quando mi portasti con te mentre tagliavi l'erba dei verdi prati nascosti dietro le quinte dei cortili cittadini, e io mi perdevo in quei labirinti tra le mie danze, ballando nelle fantasticherie di un riscatto sociale. Erano nostri momenti di pace assoluta, unici.
Manca il tuo autocontrollo, la bontà nel dare un senso positivo ad ogni avvenimento, manca la fiducia, quel senso di orgoglio che mi riponevi. Mi manca la timidezza nelle dimostrazioni di affetto, chiuso nella corazza del tuo retaggio culturale. Però avevi quel modo simpatico di definirmi Brutta, che voleva accogliere qualsiasi accezione amorevole ci fosse su questa terra.
Vorrei potermi fare accarezzare la schiena ancora una volta sul bordo del tuo divano.
Manchi. Ti cerco ovunque, tra i sogni, tra i ricordi, tra le mie valutazioni ogni volta che azzardo un tentativo di cambiamento; ė li che mi appari solido e riecheggia la tua voce, come a scuotermi e a farmi rinsavire, facendomi apprezzare ogni mia attuale conquista. Ti penso e cerco di auto consolarmi, di fronte alla tua nuova serenità ultraterrena.
La verità è che sei stato violentemente catturato via, lasciandoci inermi, col cuore spezzato e rassegnato.
Vedo crescere i miei figli con i tuoi occhi sorridenti e avrei voluto che avessero anche una parte di te nei loro ricordi di infanzia. Ti ritrovo negli spazi che hai condiviso con tutti noi e il vuoto ė così vibrazionale da farmi perdere assieme ai miei continui perchè.
Manchi.
sabato 25 aprile 2020
Il mandarino nel cortile
Si muoveva lenta sul finire della notte, con la sottoveste bianca orlata di pizzo, il capo avvolto dal foulard in seta. Sonnambula silenziosa, veniva svegliata dai suoi fantasmi. Li conosceva uno ad uno e le facevano visita di tanto in tanto per farle compagnia. Li accoglieva nella corte della sua antica abitazione bianca, tra tufi, terra ed alberi di agrumi. Dalle chiome del mandarino un profumo pungente, grappoli arancioni e qualche pennellata di bianco sulla corteccia.
Ai lati del cortile il fascio della legna, un tavolo di legno antico con un setaccio e una distesa di pomodori esiccati. Era solita ricevere il buongiorno dal sole che albeggiava da sopra il tetto, facendosi largo tra i panni stesi sui fili. Sulla porta di legno sbatteva la tenda, nella brezza mattutina. Addossate al muro, file di sedie. E lei, nella sua Grazia, sedeva su una di esse. Accoglieva da padrona i suoi ospiti indiscreti. Una consueta visita, compagni di una solitudine travestita da condanna. Restava composta, nel silenzio del suo perpetuato dolore, con le mani avvolte attorno alle ginocchia incrociate. Erano mani stanche, nodose. Mani esperte, di chi aveva saputo maneggiare le carcasse degli animali sui banchi di una bottega di carni, di chi sapeva tagliare a fette futili sentimentalismi e dividerli da una cruda concretezza.
Attorniata dai tormenti, riemergevano i ricordi dei cavalli scalpitanti nell’antico macello, sotto la furia di un leggendario domatore. Adiacente all’antica stalla, sorgeva l’attuale orto, dove i figli raccoglievano allegri, sotto il sole, gli agrumi intrisi di felicità.
Vite spezzate, cuori sepolti da un’impietosa sorte.
Assorta nei suoi ricordi, velata da una consapevolezza levigata dal tempo duraturo, volgeva lo sguardo all’albero di mandarino, per poi spostarlo con derisoria ironia sui suoi amati visitatori.
giovedì 23 aprile 2020
DIARIO DI QUARANTENA. Primavera 2020.
Bloccati in casa in un distanziamento sociale, ci trinceriamo da dietro le finestre, per non imbatterci in un nemico invisibile. Un virus capace di distruggere tutte le nostre convinzioni biotecnologiche del ventesimo secolo; così minaccioso da essere letale: si insidia come ospite indesiderato nell’apparato respiratorio fino a indurre soffocamento. Morti agonizzanti e solitarie.
Terapie intensive sature di malati, di speranze. I medici corrono esausti, elemosinando con disperazione respiratori, in preda al soccorso improvvisato e sperimentale. Nelle loro mani il peso della selezione anagrafica: dover scegliere quale vita abbia più valore per proseguire. Una decisione che pesa come un macigno sulle loro coscienze.
Attaccati ai fili della vita, gli ultimi pensieri dei sofferenti sono rivolti ai propri cari che non potranno mai più salutare, nemmeno ai loro funerali. Cuori spezzati, ricordi che scorrono come in una pellicola, speranze vanificate.
E intanto agli spettatori increduli non resta che aspettare le indicazioni dei nuovi decreti governativi, come vani tentativi di trovare soluzioni per la riapertura al mondo, rinchiusi nell’ansia, nell’ attesa che si realizzi una discesa della curva dei contagi.
Riecheggiano le note nostalgiche degli inni nazionali dalle finestre. Speranze di vita, di ripresa economica. Speranze di ritornare alla normalità di muoversi per strada, di riabbracciarsi, di intrattenere conversazioni. Nostalgia di una quotidianità scandita dai ritmi incalzanti degli impegni.
Tutto rallenta, tutto si paralizza. Città vuote, paesaggi che ricordano il dopoguerra. Solo desolazione, l’eco della paura in sottofondo. I pochi dispersi per le vie si muovono trafelati con le buste della spesa, come fantasmi. Code di persone, con sguardi terrorizzati e diffidenti, fuori dai supermercati.
In questo limbo, cullata dalla paura e dall’attesa, vorrei fermare ogni istante come se tutto fosse un semplice incantesimo. Hanno fermato il tempo e mi ritrovo proiettata su un presente etereo fatto di risate in sottofondo, buoni propositi. Improvvisamente spariscono i bisogni materialistici, il superfluo. Imparo a farmi bastare il necessario dentro alle pareti domestiche. Qualche scorcio di verde rubato all’orizzonte di una finestra.
Rispolvero casa, rispolvero me stessa e il rapporto con tutti voi.
Mi ritrovo a disegnare i contorni di un assetto famigliare colmo d’amore. Mi stringo a voi ancora più forte, mi perdo nel profumo inebriante della vostra morbidezza e mi lascio avvolgere nei vostri respiri nella notte.
Mi ritrovo a colorare, a fare costruzioni di fantasia, a rotolarmi con voi in un presunto caos che si frappone all’ordine domestico, all’ordine che dovrei dare a questo vivere, mentre incolonno file di obiettivi da realizzare nella testa.
Improvviso ricette inesistenti, vi coinvolgo con mestoli e farina.
Poi, ci sei tu che ti muovi rassicurante e possente per le stanze, con il tuo fare impegnato, i tuoi progetti sparsi sulla scrivania. Una rara presenza, una condivisione di pensieri, di momenti. I film rubati al sonno che ci riportano alle gesta di gioventù.
E infine c’è Lei, che si muove sinuosa su questo foglio, come in una magica danza. Armoniosa traccia le coreografie della mia mente in una dolce melodia: penna inquisitrice delle mie riflessioni più profonde.
Anna Valente.
Picture from Magnum Photos: https://www.instagram.com/p/B_NkNcxp9wC/?igshid=1m9d7k82agdg9
martedì 21 aprile 2020
RITORNO
Oggi, dopo più di dieci anni dall' ultima volta che ebbi il coraggio di dare vita ad un foglio bianco, ho deciso di ritornare a scrivere,
Mi manco. Mi manco nella mia profonda intimità.
Ho vissuto e concretizzato sogni meravigliosi che hanno placato una velata inquietudine.
Ma i miei pensieri continuano a fluttuare e devo fermarli su qualche nuova pagina. Ho bisogno di rileggermi per emozionarmi nel ricordo, di perdermi nella fantasia, vorrei farmi scoprire dai miei figli, raccontare con fermi di immagine, a chi ha occhi curiosi per leggermi.
Ringrazio le persone a me più care, in particolare mio marito, che hanno rispolverato i miei racconti, esortandomi a riprendere la scrittura. E' stata una magica sorpresa scoprire che questo blog sia rimasto in vita e leggere tanti commenti di persone emozionate.
La concretezza del vissuto e il giudizio su me ste stessa non mi lasciavano più libera nella scrittura. Mi sentivo ingabbiata in un senso di auto conservazione personale. Poi, una cara amica mi ha consigliato di abbandonare la pesantezza stilistica che frenerebbe il flusso naturale della narrazione e di non nascondermi dietro una razionalità conquistata nel tempo. Devo a lei se ho trovato la spinta per una ripresa. Spero vivamente di riuscire a conservare la stessa spontaneità narrativa, di riuscire a decodificare con la stessa naturalezza le sfumature delle mie fotografie interiori.
A presto.
Anna
sabato 30 ottobre 2010
AUTUNNO
Era settembre;
L’Autunno
Portava già in fronte
La sua corona scarlatta,
Intorno a noi occhi ed alberi
Colmi di folle ebbrezza
Ondeggiavano nel vento.
Sulla sponda del lago,
I visi
sfiorati
Da un bacio,
Guardavamo
Le città in lontananza
E le luci terse
Delle stelle accendere
Di zaffiro le cime dei colli.
Morire così,
Una carezza dalla sera
E una dalle tue mani:
Docile materia
Plasmata dal tocco,
Mutata la forma
Ma medesima l’essenza.
Nessuna parola,
Un solo sorriso,
Ed entrambi
Del cielo
Amanti e padroni.
giovedì 16 settembre 2010
LA MIA MEMORIA TRA ULIVI E SALICI

E’ notte tarda. Io sono seduta al tuo fianco in macchina e cerchiamo di tenerci svegli, assonnati e impauriti mentre ci perdiamo nell’entroterra leccese. E’ aperta campagna. E’ buio; ma attorno si intravedono le ombre degli ulivi che si ergono possenti. I rami tesi sembrano volerci afferrare e condurre nel regno dei dormienti. Il mistero del silenzio e degli spazi scuri ci spaventa e ci affascina. Siamo avvolti dall’ignoto. Ci muoviamo lentamente, chiusi in auto, tra i lembi di terra arida e ferrosa, dal fascino ancestrale. Sono strade sconosciute, ma magicamente familiari. A farci compagnia solo il rumore delle cicale notturne nascoste tra i rami rigogliosi. Scorrono i tronchi secolari, avvolti in una torsione che dona loro movimento. Nodi dell’anima intrisa della melodia dei canti degli angeli. Affondano le loro radici nel bollore rosso della storia. Sembrano esseri danzanti nel buio fitto della notte, testimoni silenziosi del passato. Anche nella loro corteccia è incisa la memoria che fa irruzione nel nostro presente e ci costringe a ricordare. Fluttuano i rami al fischio di vento, un soffio continuo come voce dei nostri antenati. E sento in lontananza un timbro familiare che mi giunge con il fischio del vento: la voce di mio nonno. Solo il ricordo di quando io ero bambina e sedevo sul gradino di marmo del suo caminetto acceso. Seduto sulla sedia patronale, con il cuscino sullo schienale, al suo fianco il bastone, un conforto fedele al quale appoggiarsi nei suoi giorni di vecchiaia. Amava parlare e intervallare i racconti a momenti di silenzio in cui contemplava il fuoco. Di tanto in tanto estraeva dalle tasche un antico orologio da taschino. La sua voce era decisa e protettiva, come quella di un vero tenore. Mi ricordo di quando mi raccontò come aveva conosciuto nonna. Essendo un musicista, si spostava di paese in paese. Un giorno andò a suonare nella piazza di un piccolo paesino, al confine tra le province salentine, e rimase incantato dagli occhi profondi di una donna alta, magra, con la pelle chiara. Nonno scese dal palco e la seguì fino a casa. Ritornò in quel paesino il giorno successivo e poi quello dopo ancora, finché non riuscì ad avvicinarsi a quella donna. Avvenuto il fidanzamento ufficialmente, continuò a recarsi fuori dalla casa di famiglia della nonna, percorrendo queste stesse strade di campagna. Una sera, mentre percorreva il suo solito tragitto in bicicletta, si ritrovò sulla strada che portava al cimitero. La sua bicicletta si fermò. Una forza improvvisa lo immobilizzò e sentì un calpestìo. Fu sorpreso nel vedere un’orda di donne in fila in una processione, vestite di nero, con il rosario in mano. Rimase immobile a fissarle, aspettando che passassero oltre. Improvvisamente quelle donne si dissolsero nella nebbia e la sua bicicletta riprese ad andare. Ripenso a come quell’episodio mi aveva spaventata da bambina e ora, in questo stesso luogo, ho la sensazione di poterlo vivere. Una leggenda, un pezzo di vita di mio nonno, parte di me. Penso alle anime racchiuse tra i rami e alle ceneri mischiate alle zolle di terra. Finalmente usciamo dalla campagna e un corridoio di salici piangenti ci fa strada. I gradini alti delle case di tufo ci riportano all’atmosfera rassicurante di sempre. I tetti bassi, l’asfalto rotto, la chiesa in pietra leccese, i vicoli stretti e gli antichi ciottoli. Ci fermiamo nella piazza del centro. Abbandoniamo l’auto aperta e andiamo a sederci su una panchina. Non servono parole, io e te siamo in grado di provare le stesse emozioni perché osserviamo la nostra terra con lo stesso nostalgico affetto. Ci stringiamo e l’emozione si fa ancora più forte. Respiro a pieni polmoni quasi a volere trattenere nelle narici l’odore della nostra storia. Di fronte a noi appare un uomo seduto su una bicicletta. Lo osserviamo come spettatori del passato. L’immagine si dissolve e nella foschia si chiude il sipario dell’incanto. ANNA VALENTE
giovedì 29 luglio 2010
ILLUSIONE DI VITA REALE
Infinita l’illusione di noi, di un sogno fortemente desiderato. Tu mi insegni che, quando vuoi realmente qualcosa, si innesca nell’universo un meccanismo di forza tale da farlo realizzare.
Ho conosciuto tante persone caparbie al punto tale da ottenere l’impensabile. Conosco chi si è recato dall’altra parte del mondo a lavorare per salvare i diritti dell’umanità, conosco chi è stato coraggioso, abbandonando la convenienza economica, per guidare un trattore e godere della pace del sole che sorge.
Quando si desidera con il cuore non si ha paura di desiderare, muoviamo tutto l’entusiasmo affinché quel desiderio si avvicini a noi. Non esiste paura quando si desidera con nuda volontà, quando rivolgiamo il nostro pensiero alle stelle.
La paura è l'istinto che si padroneggia dei nostri sensi davanti all' ignoto. A mio avviso, è un segnale d'allarme importante: ogni volta che l’ho sentita è perché non ero di fronte a ciò che il mio cuore sperava per me; quando avevo paura di fronte ad una scelta, non era vigliaccheria, era solo il mio inconscio che mi avvisava, si proiettava al di fuori di me e mi diceva che ciò che pensavo di desiderare non faceva parte della mia volontà.
La tranquillità interiore e l’entusiasmo sono gli unici motori che mi muovono verso la concretizzazione di un sogno e che mi aiutano a vivere senza esitare.
E con te è stato così, ti ho amato dal primo istante, ti ho cercato con forza e ti vivo ogni giorno sognando, senza paura del cambiamento. Non importa cosa decideremo per noi, dove andremo, qualsiasi scelta non mi spaventerà, ma sarà un nuovo sogno di vita insieme.
Anna Valente
martedì 27 luglio 2010
SOGNI PERDUTI
L’insofferenza quella sera si fece sentire nei loro cuori. Tutti i loro progetti si frantumarono contro la forza tagliente della cruda realtà. Si sentivano così lontani dai loro sogni, da ogni concreta realizzazione di un’unione serena.
Erano in macchina seduti l’uno a fianco all’altro e tra loro la presenza di una grigia malinconia. Dai finestrini si estendevano le campagne dorate della bassa padana. In lontananza un’abbazia, quasi sembrava di non essere nei pressi del capoluogo lombardo. Il fieno era disposto in una una linea retta perfetta, sul prato verde ben arato. Gli uccelli volavano a bassa quota. Tra loro ancora un pensiero comune: entrambi esclamarono: “ Guarda che meraviglia!”. Dal parabrezza si affacciava maestosa la rotondità di una luna brillante in contrasto con il cielo azzurro. Mai come quella sera era stato così limpido. Brillava davanti a loro quasi come magra consolazione, il barlume della nobile speranza.
Anna Valente
Erano in macchina seduti l’uno a fianco all’altro e tra loro la presenza di una grigia malinconia. Dai finestrini si estendevano le campagne dorate della bassa padana. In lontananza un’abbazia, quasi sembrava di non essere nei pressi del capoluogo lombardo. Il fieno era disposto in una una linea retta perfetta, sul prato verde ben arato. Gli uccelli volavano a bassa quota. Tra loro ancora un pensiero comune: entrambi esclamarono: “ Guarda che meraviglia!”. Dal parabrezza si affacciava maestosa la rotondità di una luna brillante in contrasto con il cielo azzurro. Mai come quella sera era stato così limpido. Brillava davanti a loro quasi come magra consolazione, il barlume della nobile speranza.
Anna Valente
martedì 6 luglio 2010
A WARM GLANCE BETWEEN MANHATTAN SKYSCRAPERS
THIS IS THE FIRST TIME I PUBLISH ONE OF MY TALES IN ENGLISH. I 'D LIKE TO GIVE TO ANYONE WILL HAVE THE PLEASURE TO, THE OPPORTUNITY OF RECEIVING AN EMOTION. I APOLOGIZE FOR MY ENGLISH , IF IT IS NOT THAT PERFECT, BUT I REALLY HOPE YOU WILL ENJOY READING MY WRITINGS
WARMEST REGARDS.
ANNA VALENTE
It’s 1.00 o’ clock a.m of a very hot Friday. It’s summertime and the muggy weather is covering people in Manhattan. Tracy is sitting at a table inside Charly’s, on the 44th. Almost every sit is filled of people. Behind the lunch counter the barman is playing freestyle with glasses. Customers push each others to order an old whisky or a beer. There is also the same person who hopes to find a sexy woman and who flings with her by blowing his breath on her neck. At the bottom of the bar, on the top, there is a band playing and the singer is a look-alike of Jimi Hendrix. The waitresses on hostess duty pass among the tables very fast and they gets crazy to take orders using a hand held device. The double doors look like those of a Mexican saloon; they don’t stop to be opened and then shut heavily.
Behind the windows, there is the lightened Broadway: it looks almost magic even if it is frenetic. The street is filled with people coming and going, people walking fast, shy people who gave up and revengeful people, teenagers smiling and drunk people, easy women and people looking for a moment of affection. There are also dogs looking for a new place to pee.
It’s still soon on the Broadway. Music and sounds are noising. Cars speed very fast and there is also who drinks with pleasure by walking down the street.
Daniel wears a short-rocker black leather coat and holds a bottle of beer.
He enters Charly’s bar, wants to eat a cheeseburger. He just wants to make his stomach feel full, to reduce the high alcoholic level and to listen to a good music. He passes by the tables and takes a seat right in front of Tracy.
She holds a beer, then she stands up. She walks to the front of the stage. She starts dancing, looking crazy, shaking her head, moving her hips and jumping. She sweats, but feels alive in her confused environment.
Daniel stares at her attracted, studying the details. She wears a very slim vest that reveals her tiny and young breast, some shorts that show her pale legs; her red hair is messy, she holds a leather bag. The way she wears her closes is not accidental. She had paid attention to each detail: it is detectable by giving a look to the belt and the shoes that are perfectly matching.
The musician takes a rest and she goes back to the table. She takes a breath. She opens the menu, examines it, then snaps it shut and lays it on the table. She has actually no need to open it. She already knows what to order. She asks the waitress for another beer. She raises her eyes from the table and looks at the young man sitting in front of her. Their eyes meet each other. His thinness makes him look elegant, his eyes are blue and he has very black and long hair clashing. The features of his face are so perfect that he seems made of a cold perfection. His beard is not shaved, making him appear a little bit more ordinary. He looks at Tracy’s red and perfect drawn lips. She feels embarrassed and she tries to look at around, but he doesn’t stop gazing at her. The band starts playing again and she finds an excuse to move herself away from his eyes. She goes far from him. She goes to the band and she drinks the iced beer. She trembles when she feels a warm hand on her shoulder. She is afraid to turn her head towards the person who’s touching her. Someone over passed her privacy frontier. She is motionless, thinking that the hand had been pasted on her shoulder for too many seconds. She would like to move fast and to push away that feeling. At the same time she hopes that the hand’s owner would be the man who looked at her few seconds ago. She turns on the opposite side from the presence she feels, without taking a glance. She puts the beer on a table and she takes the exit. She goes out from Charly’s and the doors close behind her. Tracy walks fast. It’s very hot in Manhattan, where people are condemned not to sleep and to look for a answer in their own life. She turns right at the corner and crosses the 47th. She stops next her house’s door. She sits downs on the stairs of her Colonial house to smoke a cigarette. She looks for the lighter in the bag without finding it; maybe she forgot it in the bar. She stands up and checks better her pockets. Nothing. She sits down without any hope and she puts again the cigarette inside the package. She feels again the already known warm at her right side. Once again a hand shows her a lighter. Now she looks at the man who owns blue iced eyes, they are deep like the sea. He says “hi” and smiles. He puts his Gibson next to the stairs and sits down close to her. Their eyes meet one more time, trying to discover each others. There is silence between them and they feel embarrassed. You can feel only the street’s noise. It’s fucking hot in the Manhattan, choked by skyscrapers and by people looking for a new unexpected date.
ANNA VALENTE
WARMEST REGARDS.
ANNA VALENTE
It’s 1.00 o’ clock a.m of a very hot Friday. It’s summertime and the muggy weather is covering people in Manhattan. Tracy is sitting at a table inside Charly’s, on the 44th. Almost every sit is filled of people. Behind the lunch counter the barman is playing freestyle with glasses. Customers push each others to order an old whisky or a beer. There is also the same person who hopes to find a sexy woman and who flings with her by blowing his breath on her neck. At the bottom of the bar, on the top, there is a band playing and the singer is a look-alike of Jimi Hendrix. The waitresses on hostess duty pass among the tables very fast and they gets crazy to take orders using a hand held device. The double doors look like those of a Mexican saloon; they don’t stop to be opened and then shut heavily.
Behind the windows, there is the lightened Broadway: it looks almost magic even if it is frenetic. The street is filled with people coming and going, people walking fast, shy people who gave up and revengeful people, teenagers smiling and drunk people, easy women and people looking for a moment of affection. There are also dogs looking for a new place to pee.
It’s still soon on the Broadway. Music and sounds are noising. Cars speed very fast and there is also who drinks with pleasure by walking down the street.
Daniel wears a short-rocker black leather coat and holds a bottle of beer.
He enters Charly’s bar, wants to eat a cheeseburger. He just wants to make his stomach feel full, to reduce the high alcoholic level and to listen to a good music. He passes by the tables and takes a seat right in front of Tracy.
She holds a beer, then she stands up. She walks to the front of the stage. She starts dancing, looking crazy, shaking her head, moving her hips and jumping. She sweats, but feels alive in her confused environment.
Daniel stares at her attracted, studying the details. She wears a very slim vest that reveals her tiny and young breast, some shorts that show her pale legs; her red hair is messy, she holds a leather bag. The way she wears her closes is not accidental. She had paid attention to each detail: it is detectable by giving a look to the belt and the shoes that are perfectly matching.
The musician takes a rest and she goes back to the table. She takes a breath. She opens the menu, examines it, then snaps it shut and lays it on the table. She has actually no need to open it. She already knows what to order. She asks the waitress for another beer. She raises her eyes from the table and looks at the young man sitting in front of her. Their eyes meet each other. His thinness makes him look elegant, his eyes are blue and he has very black and long hair clashing. The features of his face are so perfect that he seems made of a cold perfection. His beard is not shaved, making him appear a little bit more ordinary. He looks at Tracy’s red and perfect drawn lips. She feels embarrassed and she tries to look at around, but he doesn’t stop gazing at her. The band starts playing again and she finds an excuse to move herself away from his eyes. She goes far from him. She goes to the band and she drinks the iced beer. She trembles when she feels a warm hand on her shoulder. She is afraid to turn her head towards the person who’s touching her. Someone over passed her privacy frontier. She is motionless, thinking that the hand had been pasted on her shoulder for too many seconds. She would like to move fast and to push away that feeling. At the same time she hopes that the hand’s owner would be the man who looked at her few seconds ago. She turns on the opposite side from the presence she feels, without taking a glance. She puts the beer on a table and she takes the exit. She goes out from Charly’s and the doors close behind her. Tracy walks fast. It’s very hot in Manhattan, where people are condemned not to sleep and to look for a answer in their own life. She turns right at the corner and crosses the 47th. She stops next her house’s door. She sits downs on the stairs of her Colonial house to smoke a cigarette. She looks for the lighter in the bag without finding it; maybe she forgot it in the bar. She stands up and checks better her pockets. Nothing. She sits down without any hope and she puts again the cigarette inside the package. She feels again the already known warm at her right side. Once again a hand shows her a lighter. Now she looks at the man who owns blue iced eyes, they are deep like the sea. He says “hi” and smiles. He puts his Gibson next to the stairs and sits down close to her. Their eyes meet one more time, trying to discover each others. There is silence between them and they feel embarrassed. You can feel only the street’s noise. It’s fucking hot in the Manhattan, choked by skyscrapers and by people looking for a new unexpected date.
ANNA VALENTE
domenica 23 maggio 2010
Salinas: Eterna presenza
Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo,
ti desideravo.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicino
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell'anima lontana,
eterna presenza.
Pedro Salinas
martedì 27 aprile 2010
RELATIVITA'

Quando vivi situazioni che producono insofferenza, lascia scorrere i tuoi sentimenti. Falli defluire, come solo l'acqua sa fare. Prendi le distanze e lascia che il tempo decodifichi quei turbamenti. Lo spazio è la nostra percezione dell' Io e del nostro vissuto attraverso l'esterno. E' l'infinità della nostra coscienza. Il tempo è quella dimensione attraverso la quale mettiamo in movimento la nostra percezione spaziale, l'essenza della vita che si muove affinché si riesca a dare comprensione all'esperienza. Tempo e spazio, dimensioni interiori, interazioni tra noi e gli altri in un gioco di energia e materia.
Anna Valente
domenica 18 aprile 2010
PARANOIA

Non sono mai completamente distaccata dalla mia diffidenza. Sono piena di difese, aspetto sempre il momento in cui l’avversario mi riveli la sua vera identità, mi infligga il suo duro colpo. E’ sfida, studio strategico delle mosse altrui. Cerco di scrutare l’altra identità ribaltata, ciò che fa paura ad ogni uomo: l’altro volto nascosto, fatto di pensieri contrapposti, di intenzioni non rivelate. Ciò che ogni individuo teme è ciò che egli stesso ha, l’ombra, l’altra parte di sé in antitesi con ciò che di noi stessi esponiamo al mondo.
E’ difficile fare i conti con i propri fantasmi, con la propria falsità che giustifica scelte che noi mai avremmo contemplato nel nostro scenario chiamato vita. Il mio ruolo è quello della paladina ipocrita che vuole smascherare la falsità degli altri, la stessa che io ben conosco, perché io stessa possiedo. E’ quella che ferisce. Forse ferisce perché ne siamo stati vittime o forse perché noi ne siamo stati gli esecutori. Riconosciamo il male dell’ombra nascosta solo quando si rivela a noi nel ruolo di vittime.
E mi domando, come si fa a cercare di vivere seguendo il principio più etico, percorrendo la strada del bene e della sincerità se il male è insito dentro di noi? Non lo si può rinnegare completamente, perché quando meno ce ne accorgiamo esso emerge nei nostri pensieri. Spesso la stessa falsità assume sembianze positive in quanto omette reali percezioni, tentazioni, pensieri negativi, dubbi e tradimenti. E’ la falsità che tiene intatti i rapporti umani. Credo che questa sia l’ipocrisia più grande a cui l’essere umano dotato di intelligenza sia condannato. Come si fa a purificarsi del tutto da questo alone? Forse si raggiunge questo stato di elevazione solo quando si ama incondizionatamente. E a me, essere pensante, dotato di verità che lotta con le proprie ombre e con quelle altrui, non resta che vivere in paranoia.
Anna Valente
ANIMA SOSPESA
Ero semplicemente ossessionata dall’idea di morire, la paura di annullarmi. Aspettavo quel momento con un’amara rassegnazione. Prima o poi sarebbe arrivata. Avrei smesso di colpo di emozionarmi, di amare le persone che mi avevano dato gioia e vita.
Stavo guidando la mia auto, come ogni mattina, percorrendo la solita strada in direzione del cavalcavia. Mi attraversò subito quel pensiero ossessivo e una spina sul fianco mi fece rabbrividire: l’annullamento del mio corpo, del mio pensiero e della mia percezione. Ero sospesa nell’aria, mi vennero incontro tutte le emozioni del mio stesso esistere. Mi scorsero davanti tutte le persone che amavo e che mai avrei voluto lasciare. Fui per un attimo avvolta dal senso della vita. L’amore verso ogni cosa, verso tutto ciò che avrei voluto provare, fu talmente forte da farmi percepire la grandezza dell’infinito. Le mie mani iniziarono a sudare, la testa scivolò nei vortici del panico. Tenevo stretto il volante scivoloso, troppo attaccata alla vita per lasciarmela scappare. Poi di un tratto, mi rilassai e arrivò un pensiero: infinito è tutto e niente, è materia e spirito. E forse il nulla non faceva più paura, perché iniziai ad accoglierlo come parte del tutto, come nuova condizione che potesse permettere alla mia anima di prendere nuove sfumature, di indossare nuovi corpi.
Lasciai le mani dal volante, accolsi l’impatto. Fu un attimo e mi dissolsi nel nulla. Era come se non attendessi altro che quel momento.
Anna Valente
lunedì 2 novembre 2009
FINALMENTE VOLERAI LBERA TRA LE TUE NUVOLE

In questa giornata contornata da un alone di malinconia,
in questa città così piovosa,
in questa nostalgica commozione di fronte al ricordo di tutti coloro che ci hanno lasciato, in questa giornata dedicata ai nostri defunti ormai felicemente lontani, io vorrei alzare un saluto alla grande Alda Merini, che proprio quest'oggi ha preso il suo volo. A te che con la tua demenziale genialità hai plasmato le mie emozioni, a te che hai condizionato il mio modo di scrivere stimolando il mio pensiero, a te che hai avuto occhi attenti per leggermi,
vorrei abbracciarti in un morbido Addio.
http://www.youtube.com/watch?v=_xfr3migfuc&feature=related
sabato 24 ottobre 2009
FIGLIO COME UN MIRACOLO, COME UNA METEORA


UNA MADRE CON IL SUO TROPPO AMORE
Fissai quella donna seduta nella sala d’aspetto con una catenina d'oro appeso al collo. Immaginavo la forza straordinaria di una madre con il proprio bambino.
Il cordone che lega la madre al proprio figlio è qualcosa che non può essere compreso, è fatto di sangue, di amore desiderato, condiviso e partorito, di cellule, di membrane e geni, di placenta, di sofferenza, di senso di protezione e istinto. Vedere crescere il proprio amore dentro di sé e vederlo prendere forma nelle sembianze di un piccolo umano, sincronizzarsi con il suo cuore e battito cardiaco. Soffrire un dolore straziante con la sola gioia di donare vita. Questo è l’unico vero miracolo a cui noi possiamo assistere, di cui noi donne siamo protagoniste.
Guardai quella donna e fui per un attimo incantata da un suo gesto che, con tale disinvoltura, racchiudeva il segreto di un legame indissolubile. Passò quel ciondolo sulle sue labbra prima in un senso e poi nell’altro, lo sfiorò con l’inconsapevolezza di chi fosse solita fare quel movimento per consuetudine. Un gesto divenuto ordinario nelle sue abitudini, tra i suoi giorni contornati di gioia e sogni per la sua creatura. Quel ciondolo era ormai parte di lei, parte di un amore esternato ed interiorizzato, esso era perfettamente incastonato nell’insenatura all’altezza della sua gola. Un ciondolo che riceveva dei baci sfiorati con le labbra di quella madre e che la teneva occupata nei suoi pensieri, sognando ad occhi aperti il momento della giornata in cui avrebbe potuto riversare il suo amore verso il proprio bambino.
UNA MADRE CON IL SUO TROPPO DOLORE
Fissai quella donna seduta nella sala d’aspetto con un ciondolino appeso al collo. Immaginavo la forza straordinaria di una madre che accettava la perdita del proprio figlio, di una parte di sé stessa, della propria vita. Sogni infranti, come quel bambino ormai divenuto polvere. Del suo bambino era rimasto un ricordo indelebile, calcificato nel suo ventre. Un dolore attutito dalla consolazione del tempo. Guardai quella donna e fui per un attimo incantata da un suo gesto che, con tale disinvoltura, racchiudeva il segreto di un legame indissolubile. Passò quel ciondolo sulle sue labbra prima in un senso e poi nell’altro, lo sfiorò con l’inconsapevolezza di chi fosse solita fare quel movimento per consuetudine. Un gesto divenuto ordinario nelle le sue abitudini, tra i suoi giorni sporcati di sofferenza e illusione. Quel ciondolo era ormai parte di lei, parte del suo dolore ormai interiorizzato, era perfettamente incastonato nell’insenatura all’altezza della sua gola.
Mi chiedevo perché la sorte avesse voluto concedere ad una madre un dono splendido come un figlio per poi riprenderselo. Esiste forse peggiore crudeltà? Quale Dio permetterebbe ad una madre questa sciagura? Perché mai la morte non può essere selezionata?
Solo un ciondolo, un ricordo presente, che riceveva dei baci sfiorati con le labbra di quella madre, che si sostituiva ad un amore che non avrebbe potuto essere vissuto, a quello che avrebbe dovuto destinarsi ad un bambino strappato dai seni materni.
http://www.youtube.com/watch?v=DFKUiRk0F2M
http://www.youtube.com/watch?v=uAN6OQDmHlE
venerdì 9 ottobre 2009
IL VENTO e IL MARE



Dedico a mio fratello l'unicità, la lirica e la grandiosità di un uomo pieno di ideali come Pablo Neruda. A te che insegui il vento e "il perfezionismo della curva tra le onde", a te che con la tua forza navighi tra gli oceani per cercare la quiete che contorna il mondo, a te che con la tua energia rincorri il maestrale, dedico questo mio nuovo post, affinché il mio affetto ti arrivi sempre come il mare che continua infinito e come l'eternità burrascosa dei venti nel cielo.
Anna Valente.
IL VENTO
Per questo devo tornare
a tanti luoghi futuri
per incontrami con me stesso
ed esaurirmi senza sosta,
senz'altro testimone che la luna
e poi fischiare di gioia
calpestando pietre e zolle,
senz'altro compito che esistere,
senza'latra famiglia che la strada.
PABLO NERUDA, Fine del Mondo
IL GRANDE OCEANO
Se dei tuoi doni e delle tue distruzioni, Oceano,
alle mie mani
potessi io destinare una misura, un frutto, un fermento,
sceglierei il tuo riposo distante, le linee del tuo acciaio,
la tua distesa sorvegliata dal vento e dalla notte,
e l'energia del tuo linguaggio bianco
che sgretola e disfà le sue colonne
nella purezza della sua rovina.
Non è l'ultima onda col suo peso salino
quella che frange le coste e genera
la pace di arenile che contorna il mondo:
è il centrale volume della forza,
la potenza distesa delle acque,
l'immota solitudine affollata di vite.
Tempo, forse, o calice colmo
di ogni movimento, unità pura
non sigillata dalla morte, verde viscere
della totalità bruciante.
Del braccio immerso che solleva una goccia
non resta che un bacio del sale. Dei corpi
dell'uomo sulle tue rive un'umida fragranza
di fiore bagnato permane. La tua energia
sembra scivolare non esausta,
sembra ritornare al suo riposo.
L'onda che sferri,
arco d'identità, piuma stellata,
appena si sprofonda è solo schiuma
ma poi rinasce senza consumarsi.
Ogni tua forza ridiventa origine.
Solo abbandoni spoglie stritolate,
gusci che il tuo gran carico ha scartato,
ciò che l'eccesso del tuo avere esclude,
tutto ciò che ha cessato di esser grappolo.
Oltre le onde è protesa la tua statua.
Vive e ordinata come il petto e il manto
di una sola creatura, i cui respiri,
nella materia della luce issati,
pianure sollevate dalle onde,
sono la nuda pelle del pianeta.
E' tua la sostanza che ti colma.
Piena di te è la curva del silenzio.
Di sale e di miele tuoi ribolle il calice,
l'universale cavità dell'acqua,
e non ti manca quanto possa avere
un cratere spellato o un vaso rozzo:
cime vuote, cicatrici,
segnali che vegliano sull'aria mutilata.
La tua corolla contro il mondo palpita,
tremano i tuoi sommersi cereali,
le soavi alghe appendono minacce,
navigano pullulanti i pescherecci
e sale al filo delle reti
solo il morto baleno della squama,
millimetro ferito nell'ampiezza
delle tue totalità cristalline.
PABLO NERUDA - Canto Generale
http://www.youtube.com/watch?v=AiAwYSsQ7JE
giovedì 1 ottobre 2009
I GATTI DI LISA AFFERRANO IL VENTO



Dedico questo racconto a tutte le persone che hanno una sensibilità troppo profonda, a tal punto da essere paralizzante. E a tutti voi dedico una citazione cinematografica:
“LA TRISTEZZA E’ PIU’ FACILE PERCHE’ E’ UNA RESA, IO DICO, TROVA IL TEMPO DI BALLARE DA SOLA CON UNA MANO CHE SI AGITA NELL’ARIA!” (Elizabetown).
Lisa gioca nel cortile con i gatti, i suoi unici amici in questa palazzina vecchia del centro di Torino. La madre la chiama dalla finestra perché la cena è già in tavola, e lei, fa finta di non sentire. Continua a giocare e decide di correre, deve rincorrere il vento. La madre urla ancora più forte. Lisa continua a giocare, nascosta sotto i lunghi capelli neri. Ha gli occhi grandi, ha già gli occhi di un’adulta, occhi consapevoli del dolore dovuto alla perdita del proprio padre e della miseria del magro stipendio della madre. La madre continua a chiamarla e lei inclina la testa di lato, come se volesse far uscire quel timbro sonoro dalle orecchie. Rassegnata si china, prende uno dei gatti del cortile, lo accarezza un’ultima volta, e sale in casa.
Oggi, gli occhi di Lisa sono serrande chiuse, custodiscono dei segreti troppo profondi e troppo ingombranti per una giovane donna. E' intrappolata in mezzo alle sue paure. E' ferma nella sua immobilità, nella sua incapacità di reagire, non ha artigli come i gatti. Ha gambe snelle racchiuse nei leggins, ha ancora i capelli lunghi e neri, ma ha occhi troppo tristi per continuare a sognare. Fuori: il cielo nuvoloso, la mole in lontananza. Lisa spalanca la finestra e fa entrare una boccata d'aria fredda, vorrebbe trattenerla. Si sporge per sentire i rumori di vita dal vicinato. Sente i rintocchi delle posate nei piatti, i televisori che emettono suoni confusi, infine, sente la presenza delle persone, di un calore umano a lei troppo estraneo. In lontananza, un gatto grigio la guarda fiero. Lisa lo osserva. Il gatto, infine, si avvicina alla finestra ed emette un soffio. Lisa è pervasa da quel suono, un richiamo che la desta dal profondo. Chiude le palpebre e invita nella sua mente i ricordi lontani, un ritorno all' innocenza. Si fa largo tra i corridoi bui della sua coscienza e prende fiato. Emula il rumore di quel soffio felino. Sente di essere riuscita ad entrare in contatto profondo con il suo stesso esistere. E finalmente, la sua gravità acquista una nuova leggerezza. Sente di poter afferrare il vento, prima che questo le scivoli tra le mani.
Anna Valente
martedì 29 settembre 2009
IO TI RICONOSCO


A volte il vento soffia veloce sulla vita delle persone come sulle foglie d’autunno..una scia, una semplice folata basta a spazzare via ciò che avrebbe potuto essere vissuto. Ma questo non basta a far sedimentare i ricordi di vita che ci si attaccano addosso fino a formare un nuovo strato d’epidermide.
Una sera d’estate lui ha incontrato il suo sguardo, una finestra spalancata sul suo piccolo cortile.
Una stella di fine agosto se ne andò, una mattina. Fece una valigia e ci nascose dentro la propria rassegnazione.
“ Vorrei farti visitare un posto, dai vieni con me", disse lui. E così lei si mise al suo fianco sul fuoristrada che alzava polvere alle loro spalle. Giunsero in mezzo ad un rudere accerchiato da una distesa di terra rossa e filari di ulivi. Attorno ancora si scorgeva il verde smeraldo delle piante . Una pennellata di verde sporcata di rosso. Lei non resistette dalla tentazione di inginocchiarsi e stringere tra i polpastrelli quella terra ferrosa e così secca al tatto da sbriciolarsi e colorarne le unghie. Sospirò a pieni polmoni per fermare quel po’ di ossigeno all’altezza delle proprie narici, per fermare un momento che non avrebbe mai voluto che trovasse una fine. Lei si sentiva a casa dopo essere stata trapiantata. Soffriva per quel senso di estraneità che la teneva lontana dalle sue radici. Ora gli angeli l’avevano sedotta perché le avevano fatto visitare il paradiso. Un regalo che racchiudeva una forte crudeltà, quella di un destino beffardo e di un piatto servito caldo dai sapori più invitanti, se pur non commestibile. Lei spalancò le braccia quasi per poter abbracciare la striscia che divideva l’orizzonte dalla natura tutta attorno, la cornice dal quadro. Poi prese a correre veloce. Divorò uno e più scalini fino ad arrivare in cima al rudere, sulla terrazza. Il sole la scaldava. Faceva caldo, quel caldo capace di indurire la pelle, di renderla fiera. Lei si riconosceva in quell’abbronzatura. Indossava un abitino che le scopriva le spalle, le pieghe a ventaglio della gonna si gonfiavano al soffio del vento. Era poggiata con la schiena sul dorso del muretto di tufo. I lineamenti del suo volto erano rilassati e accennava un sorriso, una gioia di essere viva. Avrebbe voluto urlare tutta quella felicità e lasciare che l’eco le rispondesse scivolando sinuosa tra i filari di ulivo. Lui salì sul terrazzo dopo di lei e la vide avvolta nella sua bellezza, nella sua singolare semplicità. Lei era una luce che lampeggiava e dall’alto scrutava la geometrica armonia delle campagne che brillavano sotto il sole. Si avvicinò ai sui fianchi e la circuì facendo attenzione a non stringere con forza tale delicatezza. “ Vedi, questo è tutto ciò che sono”, disse lui. Lei rivolse le sue orecchie e per un attimo fu innamorata di ciò che lui rappresentava al centro di quell’equilibrio naturale. Poi lui proseguì: “ io mi sveglio ogni mattina ascoltando l’alba e attendo che il sole timidamente faccia il suo trionfale ingresso, lasciando sfumare i suoi colori tra i campi. E lo senti il silenzio? Lui è il mio migliore consigliere, mi incanta, mi rapisce e mi fa compagnia perché placa i miei pensieri. Come potrei mai smettere di fare l’amore con tutti questi colori e sapori? I sensi mi parlano, tutti questi colori mi strappano l’anima come un sussurro”. Lei lo osservò e i suoi occhi sembravano emozionarsi di fronte alle sue mani ruvide che conoscevano la fatica. Lo sguardo di lui era in grado di contenere ogni lacrima e correre oltre infinite distanze. Lui si avvicinò e la premette a sé. Le sfiorò le labbra e le soffiò il suo fiato in bocca.”
Lei ripartì e si dissolse come la pioggia lava via la polvere. Scivolò via dalla sua vita e dal caldo che abbracciava ogni sua nostalgica radice, ormai perduta. Lei sparì e si mescolò al respiro del giorno.
Era seduta sulla panchina di una stazione e sulle sue gambe era aperto un libro. Come segnalibro vi era un pezzo di corteccia di ulivo e in prima pagina una dedica:
“Ti riconosco”
Sei una donna dotata di una grande forza d’animo, conservi un ricordo indelebile della tua terra e della tua gente.
Le tue esperienze ti hanno modellata, ti sono rimaste dentro come una luce e una ferita. Ricorda: ovunque tu possa trovarti al mondo, io non ti dimenticherò.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=qKMZ2H_a0z8







