Questo è lo spazio creativo di Anna Valente. Qui troverete alcuni miei racconti ai quali ho abbinato dei links musicali e delle fotografie. Buon viaggio tra i miei pensieri e le mie emozioni, nella speranza di poterli condividere con voi.
giovedì 11 novembre 2021
STIVALI DI GOMMA SUL CIGLIO DELL'ORTO FIORITO
Eri un uomo gioviale, ti muovevi con andamento quasi saltellante. Eri
rassicurante e coraggioso. Lottavi per ogni caparbia ricompensa di fronte alle
faticose aspettative della vita. Nobile d’animo, avevi un’aurea solare e
possedevi un forte senso di attaccamento alla tua terra. Tuttavia, eri
primordiale, così come lo erano i tuoi sentimenti autentici. Generoso e mosso da
un’ambizione che non aveva alcun appagamento materiale, se non quello di
lasciare in custodia dei tuoi cari il dono di goderne. Non pretendevi
gratitudine, ti bastava agire con altruismo. Il tuo cuore stracolmo di bontà era
sintonizzato con la natura. Come un alchimista, avevi trasformato le spine in
oro, da un appezzamento terreno pieno di rovi, ai margini della città, riuscisti a far nascere un
giardino incantato, con in mezzo il pozzo dei desideri, da cui attingevi l’acqua
per irrigare i campi. Un’acqua che sembrava purificare le falde.
Mani forti e
grossolane, ma al tempo celestiali, con le quali impugnavi la zappa con tutta la
straordinaria forza che possedevi.
Fortemente legato alla tua terra d’origine, alla tua gente,
alle tue tradizioni, coltivavi quelle radici, fino a farle ergere con delle
rigogliose piante, frutto delle emozioni del tuo vissuto. Fuggivi nel tuo esilio
felice, estraniandoti da un’asettica urbanizzazione. Dentro quell’angolo di
Paradiso accordavi il tuo spirito buono, ripercorrendo la tua storia e davi
vita ai giardini della tua memoria. Dio ti scelse per la tua dignitosa umiltà.
Ti accolse ancora nel pieno delle forze, al termine dei tuoi sacrifici
lavorativi, non appena ti fu concessa la possibilità di godere del tanto ambito
riposo. Prima un infarto ti strappò dai tuoi affetti e ti vide sospeso sul
filo della vita; poi qualche angelo fece con te qualche patto e ti riportò
tra i tuoi cari, regalandoci questa effimera illusione. Ti fu offerto in dono il
miracolo di poter conoscere i tuoi primi nipoti, di emozionarti di fronte alla
loro nascita. Poi la malattia inaspettata e soffocante ti accompagnò verso
l’infinita beatitudine dei prati divini. Seduta accanto al tuo letto, ti presi
per mano e lasciai che il mio amore ti arrivasse finché io non sentii esalare il
tuo ultimo respiro. Come un alito del vento, ti immaginai volare oltre le
distese dei campi dorati di mais, oltre le more del tuo amato giardino. Oltre la
polveriera cittadina, attraversando il mare ionico e le rosse distese di ulivo,
in un abbraccio celestiale verso gli antichi affetti. In quell’orto di periferia
urbana e nei frutteti della casetta al mare dalle rosse inferriate, gli alberi
continuano a vestirsi dei primi frutti, dimenticandosi il gelo dell’inverno. Tra
i rami ancora in fiore, il tuo cuore fa ritorno e le distese dei campi si
colorano dell’immensità del tuo animo sempre fiorito. Nei mei ricordi conservo i
tuoi stivali di gomma, li immagino sul ciglio del tuo orto, appena varcata la
porta con su appesa la tua camicia a quadri. Nel mio essere si è radicata con
tenacia la tua solarità e la forza straordinaria con cui affrontavi la vita, con
il sorriso e con forte passione. Mai come ora ti percepisco in ogni dimensione
atemporale e spirituale, oltre ogni distanza metafisica. E ogni volta che ti
ritrovo, ti sorrido, come te mi hai insegnato a fare. Grazie per aver forgiato
il mio vissuto e per aver arricchito il mio cuore dei tuoi valori. Grazie per
essere stato mio Padre,
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lunedì 27 luglio 2020
A mio padre..
Manchi come l’aria e manca tutto quello che con te è evaporato via: il senso di casa, di protezione, i progetti pieni di soddisfazione che serbavi per tutti noi, il mio passato rassciurante, l’equilibrio domestico, le grandi mangiate,le reti famigliari piene di sorrisi e calore. Mancano i frammenti fotografici della mia infanzia, piena dei tuoi sacrifici, in cui mi hai permesso di costruire il mio Essere, le mie esperienze.
Mi ricordo ancora quando mi portasti con te mentre tagliavi l'erba dei verdi prati nascosti dietro le quinte dei cortili cittadini, e io mi perdevo in quei labirinti tra le mie danze, ballando nelle fantasticherie di un riscatto sociale. Erano nostri momenti di pace assoluta, unici.
Manca il tuo autocontrollo, la bontà nel dare un senso positivo ad ogni avvenimento, manca la fiducia, quel senso di orgoglio che mi riponevi. Mi manca la timidezza nelle dimostrazioni di affetto, chiuso nella corazza del tuo retaggio culturale. Però avevi quel modo simpatico di definirmi Brutta, che voleva accogliere qualsiasi accezione amorevole ci fosse su questa terra.
Vorrei potermi fare accarezzare la schiena ancora una volta sul bordo del tuo divano.
Manchi. Ti cerco ovunque, tra i sogni, tra i ricordi, tra le mie valutazioni ogni volta che azzardo un tentativo di cambiamento; ė li che mi appari solido e riecheggia la tua voce, come a scuotermi e a farmi rinsavire, facendomi apprezzare ogni mia attuale conquista. Ti penso e cerco di auto consolarmi, di fronte alla tua nuova serenità ultraterrena.
La verità è che sei stato violentemente catturato via, lasciandoci inermi, col cuore spezzato e rassegnato.
Vedo crescere i miei figli con i tuoi occhi sorridenti e avrei voluto che avessero anche una parte di te nei loro ricordi di infanzia. Ti ritrovo negli spazi che hai condiviso con tutti noi e il vuoto ė così vibrazionale da farmi perdere assieme ai miei continui perchè.
Manchi.
sabato 25 aprile 2020
Il mandarino nel cortile
Si muoveva lenta sul finire della notte, con la sottoveste bianca orlata di pizzo, il capo avvolto dal foulard in seta. Sonnambula silenziosa, veniva svegliata dai suoi fantasmi. Li conosceva uno ad uno e le facevano visita di tanto in tanto per farle compagnia. Li accoglieva nella corte della sua antica abitazione bianca, tra tufi, terra ed alberi di agrumi. Dalle chiome del mandarino un profumo pungente, grappoli arancioni e qualche pennellata di bianco sulla corteccia.
Ai lati del cortile il fascio della legna, un tavolo di legno antico con un setaccio e una distesa di pomodori esiccati. Era solita ricevere il buongiorno dal sole che albeggiava da sopra il tetto, facendosi largo tra i panni stesi sui fili. Sulla porta di legno sbatteva la tenda, nella brezza mattutina. Addossate al muro, file di sedie. E lei, nella sua Grazia, sedeva su una di esse. Accoglieva da padrona i suoi ospiti indiscreti. Una consueta visita, compagni di una solitudine travestita da condanna. Restava composta, nel silenzio del suo perpetuato dolore, con le mani avvolte attorno alle ginocchia incrociate. Erano mani stanche, nodose. Mani esperte, di chi aveva saputo maneggiare le carcasse degli animali sui banchi di una bottega di carni, di chi sapeva tagliare a fette futili sentimentalismi e dividerli da una cruda concretezza.
Attorniata dai tormenti, riemergevano i ricordi dei cavalli scalpitanti nell’antico macello, sotto la furia di un leggendario domatore. Adiacente all’antica stalla, sorgeva l’attuale orto, dove i figli raccoglievano allegri, sotto il sole, gli agrumi intrisi di felicità.
Vite spezzate, cuori sepolti da un’impietosa sorte.
Assorta nei suoi ricordi, velata da una consapevolezza levigata dal tempo duraturo, volgeva lo sguardo all’albero di mandarino, per poi spostarlo con derisoria ironia sui suoi amati visitatori.
giovedì 23 aprile 2020
DIARIO DI QUARANTENA. Primavera 2020.
Bloccati in casa in un distanziamento sociale, ci trinceriamo da dietro le finestre, per non imbatterci in un nemico invisibile. Un virus capace di distruggere tutte le nostre convinzioni biotecnologiche del ventesimo secolo; così minaccioso da essere letale: si insidia come ospite indesiderato nell’apparato respiratorio fino a indurre soffocamento. Morti agonizzanti e solitarie.
Terapie intensive sature di malati, di speranze. I medici corrono esausti, elemosinando con disperazione respiratori, in preda al soccorso improvvisato e sperimentale. Nelle loro mani il peso della selezione anagrafica: dover scegliere quale vita abbia più valore per proseguire. Una decisione che pesa come un macigno sulle loro coscienze.
Attaccati ai fili della vita, gli ultimi pensieri dei sofferenti sono rivolti ai propri cari che non potranno mai più salutare, nemmeno ai loro funerali. Cuori spezzati, ricordi che scorrono come in una pellicola, speranze vanificate.
E intanto agli spettatori increduli non resta che aspettare le indicazioni dei nuovi decreti governativi, come vani tentativi di trovare soluzioni per la riapertura al mondo, rinchiusi nell’ansia, nell’ attesa che si realizzi una discesa della curva dei contagi.
Riecheggiano le note nostalgiche degli inni nazionali dalle finestre. Speranze di vita, di ripresa economica. Speranze di ritornare alla normalità di muoversi per strada, di riabbracciarsi, di intrattenere conversazioni. Nostalgia di una quotidianità scandita dai ritmi incalzanti degli impegni.
Tutto rallenta, tutto si paralizza. Città vuote, paesaggi che ricordano il dopoguerra. Solo desolazione, l’eco della paura in sottofondo. I pochi dispersi per le vie si muovono trafelati con le buste della spesa, come fantasmi. Code di persone, con sguardi terrorizzati e diffidenti, fuori dai supermercati.
In questo limbo, cullata dalla paura e dall’attesa, vorrei fermare ogni istante come se tutto fosse un semplice incantesimo. Hanno fermato il tempo e mi ritrovo proiettata su un presente etereo fatto di risate in sottofondo, buoni propositi. Improvvisamente spariscono i bisogni materialistici, il superfluo. Imparo a farmi bastare il necessario dentro alle pareti domestiche. Qualche scorcio di verde rubato all’orizzonte di una finestra.
Rispolvero casa, rispolvero me stessa e il rapporto con tutti voi.
Mi ritrovo a disegnare i contorni di un assetto famigliare colmo d’amore. Mi stringo a voi ancora più forte, mi perdo nel profumo inebriante della vostra morbidezza e mi lascio avvolgere nei vostri respiri nella notte.
Mi ritrovo a colorare, a fare costruzioni di fantasia, a rotolarmi con voi in un presunto caos che si frappone all’ordine domestico, all’ordine che dovrei dare a questo vivere, mentre incolonno file di obiettivi da realizzare nella testa.
Improvviso ricette inesistenti, vi coinvolgo con mestoli e farina.
Poi, ci sei tu che ti muovi rassicurante e possente per le stanze, con il tuo fare impegnato, i tuoi progetti sparsi sulla scrivania. Una rara presenza, una condivisione di pensieri, di momenti. I film rubati al sonno che ci riportano alle gesta di gioventù.
E infine c’è Lei, che si muove sinuosa su questo foglio, come in una magica danza. Armoniosa traccia le coreografie della mia mente in una dolce melodia: penna inquisitrice delle mie riflessioni più profonde.
Anna Valente.
Picture from Magnum Photos: https://www.instagram.com/p/B_NkNcxp9wC/?igshid=1m9d7k82agdg9
martedì 21 aprile 2020
RITORNO
Oggi, dopo più di dieci anni dall' ultima volta che ebbi il coraggio di dare vita ad un foglio bianco, ho deciso di ritornare a scrivere,
Mi manco. Mi manco nella mia profonda intimità.
Ho vissuto e concretizzato sogni meravigliosi che hanno placato una velata inquietudine.
Ma i miei pensieri continuano a fluttuare e devo fermarli su qualche nuova pagina. Ho bisogno di rileggermi per emozionarmi nel ricordo, di perdermi nella fantasia, vorrei farmi scoprire dai miei figli, raccontare con fermi di immagine, a chi ha occhi curiosi per leggermi.
Ringrazio le persone a me più care, in particolare mio marito, che hanno rispolverato i miei racconti, esortandomi a riprendere la scrittura. E' stata una magica sorpresa scoprire che questo blog sia rimasto in vita e leggere tanti commenti di persone emozionate.
La concretezza del vissuto e il giudizio su me ste stessa non mi lasciavano più libera nella scrittura. Mi sentivo ingabbiata in un senso di auto conservazione personale. Poi, una cara amica mi ha consigliato di abbandonare la pesantezza stilistica che frenerebbe il flusso naturale della narrazione e di non nascondermi dietro una razionalità conquistata nel tempo. Devo a lei se ho trovato la spinta per una ripresa. Spero vivamente di riuscire a conservare la stessa spontaneità narrativa, di riuscire a decodificare con la stessa naturalezza le sfumature delle mie fotografie interiori.
A presto.
Anna
sabato 30 ottobre 2010
AUTUNNO
Era settembre;
L’Autunno
Portava già in fronte
La sua corona scarlatta,
Intorno a noi occhi ed alberi
Colmi di folle ebbrezza
Ondeggiavano nel vento.
Sulla sponda del lago,
I visi
sfiorati
Da un bacio,
Guardavamo
Le città in lontananza
E le luci terse
Delle stelle accendere
Di zaffiro le cime dei colli.
Morire così,
Una carezza dalla sera
E una dalle tue mani:
Docile materia
Plasmata dal tocco,
Mutata la forma
Ma medesima l’essenza.
Nessuna parola,
Un solo sorriso,
Ed entrambi
Del cielo
Amanti e padroni.
giovedì 16 settembre 2010
LA MIA MEMORIA TRA ULIVI E SALICI

E’ notte tarda. Io sono seduta al tuo fianco in macchina e cerchiamo di tenerci svegli, assonnati e impauriti mentre ci perdiamo nell’entroterra leccese. E’ aperta campagna. E’ buio; ma attorno si intravedono le ombre degli ulivi che si ergono possenti. I rami tesi sembrano volerci afferrare e condurre nel regno dei dormienti. Il mistero del silenzio e degli spazi scuri ci spaventa e ci affascina. Siamo avvolti dall’ignoto. Ci muoviamo lentamente, chiusi in auto, tra i lembi di terra arida e ferrosa, dal fascino ancestrale. Sono strade sconosciute, ma magicamente familiari. A farci compagnia solo il rumore delle cicale notturne nascoste tra i rami rigogliosi. Scorrono i tronchi secolari, avvolti in una torsione che dona loro movimento. Nodi dell’anima intrisa della melodia dei canti degli angeli. Affondano le loro radici nel bollore rosso della storia. Sembrano esseri danzanti nel buio fitto della notte, testimoni silenziosi del passato. Anche nella loro corteccia è incisa la memoria che fa irruzione nel nostro presente e ci costringe a ricordare. Fluttuano i rami al fischio di vento, un soffio continuo come voce dei nostri antenati. E sento in lontananza un timbro familiare che mi giunge con il fischio del vento: la voce di mio nonno. Solo il ricordo di quando io ero bambina e sedevo sul gradino di marmo del suo caminetto acceso. Seduto sulla sedia patronale, con il cuscino sullo schienale, al suo fianco il bastone, un conforto fedele al quale appoggiarsi nei suoi giorni di vecchiaia. Amava parlare e intervallare i racconti a momenti di silenzio in cui contemplava il fuoco. Di tanto in tanto estraeva dalle tasche un antico orologio da taschino. La sua voce era decisa e protettiva, come quella di un vero tenore. Mi ricordo di quando mi raccontò come aveva conosciuto nonna. Essendo un musicista, si spostava di paese in paese. Un giorno andò a suonare nella piazza di un piccolo paesino, al confine tra le province salentine, e rimase incantato dagli occhi profondi di una donna alta, magra, con la pelle chiara. Nonno scese dal palco e la seguì fino a casa. Ritornò in quel paesino il giorno successivo e poi quello dopo ancora, finché non riuscì ad avvicinarsi a quella donna. Avvenuto il fidanzamento ufficialmente, continuò a recarsi fuori dalla casa di famiglia della nonna, percorrendo queste stesse strade di campagna. Una sera, mentre percorreva il suo solito tragitto in bicicletta, si ritrovò sulla strada che portava al cimitero. La sua bicicletta si fermò. Una forza improvvisa lo immobilizzò e sentì un calpestìo. Fu sorpreso nel vedere un’orda di donne in fila in una processione, vestite di nero, con il rosario in mano. Rimase immobile a fissarle, aspettando che passassero oltre. Improvvisamente quelle donne si dissolsero nella nebbia e la sua bicicletta riprese ad andare. Ripenso a come quell’episodio mi aveva spaventata da bambina e ora, in questo stesso luogo, ho la sensazione di poterlo vivere. Una leggenda, un pezzo di vita di mio nonno, parte di me. Penso alle anime racchiuse tra i rami e alle ceneri mischiate alle zolle di terra. Finalmente usciamo dalla campagna e un corridoio di salici piangenti ci fa strada. I gradini alti delle case di tufo ci riportano all’atmosfera rassicurante di sempre. I tetti bassi, l’asfalto rotto, la chiesa in pietra leccese, i vicoli stretti e gli antichi ciottoli. Ci fermiamo nella piazza del centro. Abbandoniamo l’auto aperta e andiamo a sederci su una panchina. Non servono parole, io e te siamo in grado di provare le stesse emozioni perché osserviamo la nostra terra con lo stesso nostalgico affetto. Ci stringiamo e l’emozione si fa ancora più forte. Respiro a pieni polmoni quasi a volere trattenere nelle narici l’odore della nostra storia. Di fronte a noi appare un uomo seduto su una bicicletta. Lo osserviamo come spettatori del passato. L’immagine si dissolve e nella foschia si chiude il sipario dell’incanto. ANNA VALENTE
giovedì 29 luglio 2010
ILLUSIONE DI VITA REALE
Infinita l’illusione di noi, di un sogno fortemente desiderato. Tu mi insegni che, quando vuoi realmente qualcosa, si innesca nell’universo un meccanismo di forza tale da farlo realizzare.
Ho conosciuto tante persone caparbie al punto tale da ottenere l’impensabile. Conosco chi si è recato dall’altra parte del mondo a lavorare per salvare i diritti dell’umanità, conosco chi è stato coraggioso, abbandonando la convenienza economica, per guidare un trattore e godere della pace del sole che sorge.
Quando si desidera con il cuore non si ha paura di desiderare, muoviamo tutto l’entusiasmo affinché quel desiderio si avvicini a noi. Non esiste paura quando si desidera con nuda volontà, quando rivolgiamo il nostro pensiero alle stelle.
La paura è l'istinto che si padroneggia dei nostri sensi davanti all' ignoto. A mio avviso, è un segnale d'allarme importante: ogni volta che l’ho sentita è perché non ero di fronte a ciò che il mio cuore sperava per me; quando avevo paura di fronte ad una scelta, non era vigliaccheria, era solo il mio inconscio che mi avvisava, si proiettava al di fuori di me e mi diceva che ciò che pensavo di desiderare non faceva parte della mia volontà.
La tranquillità interiore e l’entusiasmo sono gli unici motori che mi muovono verso la concretizzazione di un sogno e che mi aiutano a vivere senza esitare.
E con te è stato così, ti ho amato dal primo istante, ti ho cercato con forza e ti vivo ogni giorno sognando, senza paura del cambiamento. Non importa cosa decideremo per noi, dove andremo, qualsiasi scelta non mi spaventerà, ma sarà un nuovo sogno di vita insieme.
Anna Valente
martedì 27 luglio 2010
SOGNI PERDUTI
L’insofferenza quella sera si fece sentire nei loro cuori. Tutti i loro progetti si frantumarono contro la forza tagliente della cruda realtà. Si sentivano così lontani dai loro sogni, da ogni concreta realizzazione di un’unione serena.
Erano in macchina seduti l’uno a fianco all’altro e tra loro la presenza di una grigia malinconia. Dai finestrini si estendevano le campagne dorate della bassa padana. In lontananza un’abbazia, quasi sembrava di non essere nei pressi del capoluogo lombardo. Il fieno era disposto in una una linea retta perfetta, sul prato verde ben arato. Gli uccelli volavano a bassa quota. Tra loro ancora un pensiero comune: entrambi esclamarono: “ Guarda che meraviglia!”. Dal parabrezza si affacciava maestosa la rotondità di una luna brillante in contrasto con il cielo azzurro. Mai come quella sera era stato così limpido. Brillava davanti a loro quasi come magra consolazione, il barlume della nobile speranza.
Anna Valente
Erano in macchina seduti l’uno a fianco all’altro e tra loro la presenza di una grigia malinconia. Dai finestrini si estendevano le campagne dorate della bassa padana. In lontananza un’abbazia, quasi sembrava di non essere nei pressi del capoluogo lombardo. Il fieno era disposto in una una linea retta perfetta, sul prato verde ben arato. Gli uccelli volavano a bassa quota. Tra loro ancora un pensiero comune: entrambi esclamarono: “ Guarda che meraviglia!”. Dal parabrezza si affacciava maestosa la rotondità di una luna brillante in contrasto con il cielo azzurro. Mai come quella sera era stato così limpido. Brillava davanti a loro quasi come magra consolazione, il barlume della nobile speranza.
Anna Valente
martedì 6 luglio 2010
A WARM GLANCE BETWEEN MANHATTAN SKYSCRAPERS
THIS IS THE FIRST TIME I PUBLISH ONE OF MY TALES IN ENGLISH. I 'D LIKE TO GIVE TO ANYONE WILL HAVE THE PLEASURE TO, THE OPPORTUNITY OF RECEIVING AN EMOTION. I APOLOGIZE FOR MY ENGLISH , IF IT IS NOT THAT PERFECT, BUT I REALLY HOPE YOU WILL ENJOY READING MY WRITINGS
WARMEST REGARDS.
ANNA VALENTE
It’s 1.00 o’ clock a.m of a very hot Friday. It’s summertime and the muggy weather is covering people in Manhattan. Tracy is sitting at a table inside Charly’s, on the 44th. Almost every sit is filled of people. Behind the lunch counter the barman is playing freestyle with glasses. Customers push each others to order an old whisky or a beer. There is also the same person who hopes to find a sexy woman and who flings with her by blowing his breath on her neck. At the bottom of the bar, on the top, there is a band playing and the singer is a look-alike of Jimi Hendrix. The waitresses on hostess duty pass among the tables very fast and they gets crazy to take orders using a hand held device. The double doors look like those of a Mexican saloon; they don’t stop to be opened and then shut heavily.
Behind the windows, there is the lightened Broadway: it looks almost magic even if it is frenetic. The street is filled with people coming and going, people walking fast, shy people who gave up and revengeful people, teenagers smiling and drunk people, easy women and people looking for a moment of affection. There are also dogs looking for a new place to pee.
It’s still soon on the Broadway. Music and sounds are noising. Cars speed very fast and there is also who drinks with pleasure by walking down the street.
Daniel wears a short-rocker black leather coat and holds a bottle of beer.
He enters Charly’s bar, wants to eat a cheeseburger. He just wants to make his stomach feel full, to reduce the high alcoholic level and to listen to a good music. He passes by the tables and takes a seat right in front of Tracy.
She holds a beer, then she stands up. She walks to the front of the stage. She starts dancing, looking crazy, shaking her head, moving her hips and jumping. She sweats, but feels alive in her confused environment.
Daniel stares at her attracted, studying the details. She wears a very slim vest that reveals her tiny and young breast, some shorts that show her pale legs; her red hair is messy, she holds a leather bag. The way she wears her closes is not accidental. She had paid attention to each detail: it is detectable by giving a look to the belt and the shoes that are perfectly matching.
The musician takes a rest and she goes back to the table. She takes a breath. She opens the menu, examines it, then snaps it shut and lays it on the table. She has actually no need to open it. She already knows what to order. She asks the waitress for another beer. She raises her eyes from the table and looks at the young man sitting in front of her. Their eyes meet each other. His thinness makes him look elegant, his eyes are blue and he has very black and long hair clashing. The features of his face are so perfect that he seems made of a cold perfection. His beard is not shaved, making him appear a little bit more ordinary. He looks at Tracy’s red and perfect drawn lips. She feels embarrassed and she tries to look at around, but he doesn’t stop gazing at her. The band starts playing again and she finds an excuse to move herself away from his eyes. She goes far from him. She goes to the band and she drinks the iced beer. She trembles when she feels a warm hand on her shoulder. She is afraid to turn her head towards the person who’s touching her. Someone over passed her privacy frontier. She is motionless, thinking that the hand had been pasted on her shoulder for too many seconds. She would like to move fast and to push away that feeling. At the same time she hopes that the hand’s owner would be the man who looked at her few seconds ago. She turns on the opposite side from the presence she feels, without taking a glance. She puts the beer on a table and she takes the exit. She goes out from Charly’s and the doors close behind her. Tracy walks fast. It’s very hot in Manhattan, where people are condemned not to sleep and to look for a answer in their own life. She turns right at the corner and crosses the 47th. She stops next her house’s door. She sits downs on the stairs of her Colonial house to smoke a cigarette. She looks for the lighter in the bag without finding it; maybe she forgot it in the bar. She stands up and checks better her pockets. Nothing. She sits down without any hope and she puts again the cigarette inside the package. She feels again the already known warm at her right side. Once again a hand shows her a lighter. Now she looks at the man who owns blue iced eyes, they are deep like the sea. He says “hi” and smiles. He puts his Gibson next to the stairs and sits down close to her. Their eyes meet one more time, trying to discover each others. There is silence between them and they feel embarrassed. You can feel only the street’s noise. It’s fucking hot in the Manhattan, choked by skyscrapers and by people looking for a new unexpected date.
ANNA VALENTE
WARMEST REGARDS.
ANNA VALENTE
It’s 1.00 o’ clock a.m of a very hot Friday. It’s summertime and the muggy weather is covering people in Manhattan. Tracy is sitting at a table inside Charly’s, on the 44th. Almost every sit is filled of people. Behind the lunch counter the barman is playing freestyle with glasses. Customers push each others to order an old whisky or a beer. There is also the same person who hopes to find a sexy woman and who flings with her by blowing his breath on her neck. At the bottom of the bar, on the top, there is a band playing and the singer is a look-alike of Jimi Hendrix. The waitresses on hostess duty pass among the tables very fast and they gets crazy to take orders using a hand held device. The double doors look like those of a Mexican saloon; they don’t stop to be opened and then shut heavily.
Behind the windows, there is the lightened Broadway: it looks almost magic even if it is frenetic. The street is filled with people coming and going, people walking fast, shy people who gave up and revengeful people, teenagers smiling and drunk people, easy women and people looking for a moment of affection. There are also dogs looking for a new place to pee.
It’s still soon on the Broadway. Music and sounds are noising. Cars speed very fast and there is also who drinks with pleasure by walking down the street.
Daniel wears a short-rocker black leather coat and holds a bottle of beer.
He enters Charly’s bar, wants to eat a cheeseburger. He just wants to make his stomach feel full, to reduce the high alcoholic level and to listen to a good music. He passes by the tables and takes a seat right in front of Tracy.
She holds a beer, then she stands up. She walks to the front of the stage. She starts dancing, looking crazy, shaking her head, moving her hips and jumping. She sweats, but feels alive in her confused environment.
Daniel stares at her attracted, studying the details. She wears a very slim vest that reveals her tiny and young breast, some shorts that show her pale legs; her red hair is messy, she holds a leather bag. The way she wears her closes is not accidental. She had paid attention to each detail: it is detectable by giving a look to the belt and the shoes that are perfectly matching.
The musician takes a rest and she goes back to the table. She takes a breath. She opens the menu, examines it, then snaps it shut and lays it on the table. She has actually no need to open it. She already knows what to order. She asks the waitress for another beer. She raises her eyes from the table and looks at the young man sitting in front of her. Their eyes meet each other. His thinness makes him look elegant, his eyes are blue and he has very black and long hair clashing. The features of his face are so perfect that he seems made of a cold perfection. His beard is not shaved, making him appear a little bit more ordinary. He looks at Tracy’s red and perfect drawn lips. She feels embarrassed and she tries to look at around, but he doesn’t stop gazing at her. The band starts playing again and she finds an excuse to move herself away from his eyes. She goes far from him. She goes to the band and she drinks the iced beer. She trembles when she feels a warm hand on her shoulder. She is afraid to turn her head towards the person who’s touching her. Someone over passed her privacy frontier. She is motionless, thinking that the hand had been pasted on her shoulder for too many seconds. She would like to move fast and to push away that feeling. At the same time she hopes that the hand’s owner would be the man who looked at her few seconds ago. She turns on the opposite side from the presence she feels, without taking a glance. She puts the beer on a table and she takes the exit. She goes out from Charly’s and the doors close behind her. Tracy walks fast. It’s very hot in Manhattan, where people are condemned not to sleep and to look for a answer in their own life. She turns right at the corner and crosses the 47th. She stops next her house’s door. She sits downs on the stairs of her Colonial house to smoke a cigarette. She looks for the lighter in the bag without finding it; maybe she forgot it in the bar. She stands up and checks better her pockets. Nothing. She sits down without any hope and she puts again the cigarette inside the package. She feels again the already known warm at her right side. Once again a hand shows her a lighter. Now she looks at the man who owns blue iced eyes, they are deep like the sea. He says “hi” and smiles. He puts his Gibson next to the stairs and sits down close to her. Their eyes meet one more time, trying to discover each others. There is silence between them and they feel embarrassed. You can feel only the street’s noise. It’s fucking hot in the Manhattan, choked by skyscrapers and by people looking for a new unexpected date.
ANNA VALENTE
domenica 23 maggio 2010
Salinas: Eterna presenza
Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo,
ti desideravo.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicino
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell'anima lontana,
eterna presenza.
Pedro Salinas
martedì 27 aprile 2010
RELATIVITA'

Quando vivi situazioni che producono insofferenza, lascia scorrere i tuoi sentimenti. Falli defluire, come solo l'acqua sa fare. Prendi le distanze e lascia che il tempo decodifichi quei turbamenti. Lo spazio è la nostra percezione dell' Io e del nostro vissuto attraverso l'esterno. E' l'infinità della nostra coscienza. Il tempo è quella dimensione attraverso la quale mettiamo in movimento la nostra percezione spaziale, l'essenza della vita che si muove affinché si riesca a dare comprensione all'esperienza. Tempo e spazio, dimensioni interiori, interazioni tra noi e gli altri in un gioco di energia e materia.
Anna Valente
domenica 18 aprile 2010
PARANOIA

Non sono mai completamente distaccata dalla mia diffidenza. Sono piena di difese, aspetto sempre il momento in cui l’avversario mi riveli la sua vera identità, mi infligga il suo duro colpo. E’ sfida, studio strategico delle mosse altrui. Cerco di scrutare l’altra identità ribaltata, ciò che fa paura ad ogni uomo: l’altro volto nascosto, fatto di pensieri contrapposti, di intenzioni non rivelate. Ciò che ogni individuo teme è ciò che egli stesso ha, l’ombra, l’altra parte di sé in antitesi con ciò che di noi stessi esponiamo al mondo.
E’ difficile fare i conti con i propri fantasmi, con la propria falsità che giustifica scelte che noi mai avremmo contemplato nel nostro scenario chiamato vita. Il mio ruolo è quello della paladina ipocrita che vuole smascherare la falsità degli altri, la stessa che io ben conosco, perché io stessa possiedo. E’ quella che ferisce. Forse ferisce perché ne siamo stati vittime o forse perché noi ne siamo stati gli esecutori. Riconosciamo il male dell’ombra nascosta solo quando si rivela a noi nel ruolo di vittime.
E mi domando, come si fa a cercare di vivere seguendo il principio più etico, percorrendo la strada del bene e della sincerità se il male è insito dentro di noi? Non lo si può rinnegare completamente, perché quando meno ce ne accorgiamo esso emerge nei nostri pensieri. Spesso la stessa falsità assume sembianze positive in quanto omette reali percezioni, tentazioni, pensieri negativi, dubbi e tradimenti. E’ la falsità che tiene intatti i rapporti umani. Credo che questa sia l’ipocrisia più grande a cui l’essere umano dotato di intelligenza sia condannato. Come si fa a purificarsi del tutto da questo alone? Forse si raggiunge questo stato di elevazione solo quando si ama incondizionatamente. E a me, essere pensante, dotato di verità che lotta con le proprie ombre e con quelle altrui, non resta che vivere in paranoia.
Anna Valente
ANIMA SOSPESA
Ero semplicemente ossessionata dall’idea di morire, la paura di annullarmi. Aspettavo quel momento con un’amara rassegnazione. Prima o poi sarebbe arrivata. Avrei smesso di colpo di emozionarmi, di amare le persone che mi avevano dato gioia e vita.
Stavo guidando la mia auto, come ogni mattina, percorrendo la solita strada in direzione del cavalcavia. Mi attraversò subito quel pensiero ossessivo e una spina sul fianco mi fece rabbrividire: l’annullamento del mio corpo, del mio pensiero e della mia percezione. Ero sospesa nell’aria, mi vennero incontro tutte le emozioni del mio stesso esistere. Mi scorsero davanti tutte le persone che amavo e che mai avrei voluto lasciare. Fui per un attimo avvolta dal senso della vita. L’amore verso ogni cosa, verso tutto ciò che avrei voluto provare, fu talmente forte da farmi percepire la grandezza dell’infinito. Le mie mani iniziarono a sudare, la testa scivolò nei vortici del panico. Tenevo stretto il volante scivoloso, troppo attaccata alla vita per lasciarmela scappare. Poi di un tratto, mi rilassai e arrivò un pensiero: infinito è tutto e niente, è materia e spirito. E forse il nulla non faceva più paura, perché iniziai ad accoglierlo come parte del tutto, come nuova condizione che potesse permettere alla mia anima di prendere nuove sfumature, di indossare nuovi corpi.
Lasciai le mani dal volante, accolsi l’impatto. Fu un attimo e mi dissolsi nel nulla. Era come se non attendessi altro che quel momento.
Anna Valente
lunedì 2 novembre 2009
FINALMENTE VOLERAI LBERA TRA LE TUE NUVOLE

In questa giornata contornata da un alone di malinconia,
in questa città così piovosa,
in questa nostalgica commozione di fronte al ricordo di tutti coloro che ci hanno lasciato, in questa giornata dedicata ai nostri defunti ormai felicemente lontani, io vorrei alzare un saluto alla grande Alda Merini, che proprio quest'oggi ha preso il suo volo. A te che con la tua demenziale genialità hai plasmato le mie emozioni, a te che hai condizionato il mio modo di scrivere stimolando il mio pensiero, a te che hai avuto occhi attenti per leggermi,
vorrei abbracciarti in un morbido Addio.
http://www.youtube.com/watch?v=_xfr3migfuc&feature=related
sabato 24 ottobre 2009
FIGLIO COME UN MIRACOLO, COME UNA METEORA


UNA MADRE CON IL SUO TROPPO AMORE
Fissai quella donna seduta nella sala d’aspetto con una catenina d'oro appeso al collo. Immaginavo la forza straordinaria di una madre con il proprio bambino.
Il cordone che lega la madre al proprio figlio è qualcosa che non può essere compreso, è fatto di sangue, di amore desiderato, condiviso e partorito, di cellule, di membrane e geni, di placenta, di sofferenza, di senso di protezione e istinto. Vedere crescere il proprio amore dentro di sé e vederlo prendere forma nelle sembianze di un piccolo umano, sincronizzarsi con il suo cuore e battito cardiaco. Soffrire un dolore straziante con la sola gioia di donare vita. Questo è l’unico vero miracolo a cui noi possiamo assistere, di cui noi donne siamo protagoniste.
Guardai quella donna e fui per un attimo incantata da un suo gesto che, con tale disinvoltura, racchiudeva il segreto di un legame indissolubile. Passò quel ciondolo sulle sue labbra prima in un senso e poi nell’altro, lo sfiorò con l’inconsapevolezza di chi fosse solita fare quel movimento per consuetudine. Un gesto divenuto ordinario nelle sue abitudini, tra i suoi giorni contornati di gioia e sogni per la sua creatura. Quel ciondolo era ormai parte di lei, parte di un amore esternato ed interiorizzato, esso era perfettamente incastonato nell’insenatura all’altezza della sua gola. Un ciondolo che riceveva dei baci sfiorati con le labbra di quella madre e che la teneva occupata nei suoi pensieri, sognando ad occhi aperti il momento della giornata in cui avrebbe potuto riversare il suo amore verso il proprio bambino.
UNA MADRE CON IL SUO TROPPO DOLORE
Fissai quella donna seduta nella sala d’aspetto con un ciondolino appeso al collo. Immaginavo la forza straordinaria di una madre che accettava la perdita del proprio figlio, di una parte di sé stessa, della propria vita. Sogni infranti, come quel bambino ormai divenuto polvere. Del suo bambino era rimasto un ricordo indelebile, calcificato nel suo ventre. Un dolore attutito dalla consolazione del tempo. Guardai quella donna e fui per un attimo incantata da un suo gesto che, con tale disinvoltura, racchiudeva il segreto di un legame indissolubile. Passò quel ciondolo sulle sue labbra prima in un senso e poi nell’altro, lo sfiorò con l’inconsapevolezza di chi fosse solita fare quel movimento per consuetudine. Un gesto divenuto ordinario nelle le sue abitudini, tra i suoi giorni sporcati di sofferenza e illusione. Quel ciondolo era ormai parte di lei, parte del suo dolore ormai interiorizzato, era perfettamente incastonato nell’insenatura all’altezza della sua gola.
Mi chiedevo perché la sorte avesse voluto concedere ad una madre un dono splendido come un figlio per poi riprenderselo. Esiste forse peggiore crudeltà? Quale Dio permetterebbe ad una madre questa sciagura? Perché mai la morte non può essere selezionata?
Solo un ciondolo, un ricordo presente, che riceveva dei baci sfiorati con le labbra di quella madre, che si sostituiva ad un amore che non avrebbe potuto essere vissuto, a quello che avrebbe dovuto destinarsi ad un bambino strappato dai seni materni.
http://www.youtube.com/watch?v=DFKUiRk0F2M
http://www.youtube.com/watch?v=uAN6OQDmHlE
venerdì 9 ottobre 2009
IL VENTO e IL MARE



Dedico a mio fratello l'unicità, la lirica e la grandiosità di un uomo pieno di ideali come Pablo Neruda. A te che insegui il vento e "il perfezionismo della curva tra le onde", a te che con la tua forza navighi tra gli oceani per cercare la quiete che contorna il mondo, a te che con la tua energia rincorri il maestrale, dedico questo mio nuovo post, affinché il mio affetto ti arrivi sempre come il mare che continua infinito e come l'eternità burrascosa dei venti nel cielo.
Anna Valente.
IL VENTO
Per questo devo tornare
a tanti luoghi futuri
per incontrami con me stesso
ed esaurirmi senza sosta,
senz'altro testimone che la luna
e poi fischiare di gioia
calpestando pietre e zolle,
senz'altro compito che esistere,
senza'latra famiglia che la strada.
PABLO NERUDA, Fine del Mondo
IL GRANDE OCEANO
Se dei tuoi doni e delle tue distruzioni, Oceano,
alle mie mani
potessi io destinare una misura, un frutto, un fermento,
sceglierei il tuo riposo distante, le linee del tuo acciaio,
la tua distesa sorvegliata dal vento e dalla notte,
e l'energia del tuo linguaggio bianco
che sgretola e disfà le sue colonne
nella purezza della sua rovina.
Non è l'ultima onda col suo peso salino
quella che frange le coste e genera
la pace di arenile che contorna il mondo:
è il centrale volume della forza,
la potenza distesa delle acque,
l'immota solitudine affollata di vite.
Tempo, forse, o calice colmo
di ogni movimento, unità pura
non sigillata dalla morte, verde viscere
della totalità bruciante.
Del braccio immerso che solleva una goccia
non resta che un bacio del sale. Dei corpi
dell'uomo sulle tue rive un'umida fragranza
di fiore bagnato permane. La tua energia
sembra scivolare non esausta,
sembra ritornare al suo riposo.
L'onda che sferri,
arco d'identità, piuma stellata,
appena si sprofonda è solo schiuma
ma poi rinasce senza consumarsi.
Ogni tua forza ridiventa origine.
Solo abbandoni spoglie stritolate,
gusci che il tuo gran carico ha scartato,
ciò che l'eccesso del tuo avere esclude,
tutto ciò che ha cessato di esser grappolo.
Oltre le onde è protesa la tua statua.
Vive e ordinata come il petto e il manto
di una sola creatura, i cui respiri,
nella materia della luce issati,
pianure sollevate dalle onde,
sono la nuda pelle del pianeta.
E' tua la sostanza che ti colma.
Piena di te è la curva del silenzio.
Di sale e di miele tuoi ribolle il calice,
l'universale cavità dell'acqua,
e non ti manca quanto possa avere
un cratere spellato o un vaso rozzo:
cime vuote, cicatrici,
segnali che vegliano sull'aria mutilata.
La tua corolla contro il mondo palpita,
tremano i tuoi sommersi cereali,
le soavi alghe appendono minacce,
navigano pullulanti i pescherecci
e sale al filo delle reti
solo il morto baleno della squama,
millimetro ferito nell'ampiezza
delle tue totalità cristalline.
PABLO NERUDA - Canto Generale
http://www.youtube.com/watch?v=AiAwYSsQ7JE
giovedì 1 ottobre 2009
I GATTI DI LISA AFFERRANO IL VENTO



Dedico questo racconto a tutte le persone che hanno una sensibilità troppo profonda, a tal punto da essere paralizzante. E a tutti voi dedico una citazione cinematografica:
“LA TRISTEZZA E’ PIU’ FACILE PERCHE’ E’ UNA RESA, IO DICO, TROVA IL TEMPO DI BALLARE DA SOLA CON UNA MANO CHE SI AGITA NELL’ARIA!” (Elizabetown).
Lisa gioca nel cortile con i gatti, i suoi unici amici in questa palazzina vecchia del centro di Torino. La madre la chiama dalla finestra perché la cena è già in tavola, e lei, fa finta di non sentire. Continua a giocare e decide di correre, deve rincorrere il vento. La madre urla ancora più forte. Lisa continua a giocare, nascosta sotto i lunghi capelli neri. Ha gli occhi grandi, ha già gli occhi di un’adulta, occhi consapevoli del dolore dovuto alla perdita del proprio padre e della miseria del magro stipendio della madre. La madre continua a chiamarla e lei inclina la testa di lato, come se volesse far uscire quel timbro sonoro dalle orecchie. Rassegnata si china, prende uno dei gatti del cortile, lo accarezza un’ultima volta, e sale in casa.
Oggi, gli occhi di Lisa sono serrande chiuse, custodiscono dei segreti troppo profondi e troppo ingombranti per una giovane donna. E' intrappolata in mezzo alle sue paure. E' ferma nella sua immobilità, nella sua incapacità di reagire, non ha artigli come i gatti. Ha gambe snelle racchiuse nei leggins, ha ancora i capelli lunghi e neri, ma ha occhi troppo tristi per continuare a sognare. Fuori: il cielo nuvoloso, la mole in lontananza. Lisa spalanca la finestra e fa entrare una boccata d'aria fredda, vorrebbe trattenerla. Si sporge per sentire i rumori di vita dal vicinato. Sente i rintocchi delle posate nei piatti, i televisori che emettono suoni confusi, infine, sente la presenza delle persone, di un calore umano a lei troppo estraneo. In lontananza, un gatto grigio la guarda fiero. Lisa lo osserva. Il gatto, infine, si avvicina alla finestra ed emette un soffio. Lisa è pervasa da quel suono, un richiamo che la desta dal profondo. Chiude le palpebre e invita nella sua mente i ricordi lontani, un ritorno all' innocenza. Si fa largo tra i corridoi bui della sua coscienza e prende fiato. Emula il rumore di quel soffio felino. Sente di essere riuscita ad entrare in contatto profondo con il suo stesso esistere. E finalmente, la sua gravità acquista una nuova leggerezza. Sente di poter afferrare il vento, prima che questo le scivoli tra le mani.
Anna Valente
martedì 29 settembre 2009
IO TI RICONOSCO


A volte il vento soffia veloce sulla vita delle persone come sulle foglie d’autunno..una scia, una semplice folata basta a spazzare via ciò che avrebbe potuto essere vissuto. Ma questo non basta a far sedimentare i ricordi di vita che ci si attaccano addosso fino a formare un nuovo strato d’epidermide.
Una sera d’estate lui ha incontrato il suo sguardo, una finestra spalancata sul suo piccolo cortile.
Una stella di fine agosto se ne andò, una mattina. Fece una valigia e ci nascose dentro la propria rassegnazione.
“ Vorrei farti visitare un posto, dai vieni con me", disse lui. E così lei si mise al suo fianco sul fuoristrada che alzava polvere alle loro spalle. Giunsero in mezzo ad un rudere accerchiato da una distesa di terra rossa e filari di ulivi. Attorno ancora si scorgeva il verde smeraldo delle piante . Una pennellata di verde sporcata di rosso. Lei non resistette dalla tentazione di inginocchiarsi e stringere tra i polpastrelli quella terra ferrosa e così secca al tatto da sbriciolarsi e colorarne le unghie. Sospirò a pieni polmoni per fermare quel po’ di ossigeno all’altezza delle proprie narici, per fermare un momento che non avrebbe mai voluto che trovasse una fine. Lei si sentiva a casa dopo essere stata trapiantata. Soffriva per quel senso di estraneità che la teneva lontana dalle sue radici. Ora gli angeli l’avevano sedotta perché le avevano fatto visitare il paradiso. Un regalo che racchiudeva una forte crudeltà, quella di un destino beffardo e di un piatto servito caldo dai sapori più invitanti, se pur non commestibile. Lei spalancò le braccia quasi per poter abbracciare la striscia che divideva l’orizzonte dalla natura tutta attorno, la cornice dal quadro. Poi prese a correre veloce. Divorò uno e più scalini fino ad arrivare in cima al rudere, sulla terrazza. Il sole la scaldava. Faceva caldo, quel caldo capace di indurire la pelle, di renderla fiera. Lei si riconosceva in quell’abbronzatura. Indossava un abitino che le scopriva le spalle, le pieghe a ventaglio della gonna si gonfiavano al soffio del vento. Era poggiata con la schiena sul dorso del muretto di tufo. I lineamenti del suo volto erano rilassati e accennava un sorriso, una gioia di essere viva. Avrebbe voluto urlare tutta quella felicità e lasciare che l’eco le rispondesse scivolando sinuosa tra i filari di ulivo. Lui salì sul terrazzo dopo di lei e la vide avvolta nella sua bellezza, nella sua singolare semplicità. Lei era una luce che lampeggiava e dall’alto scrutava la geometrica armonia delle campagne che brillavano sotto il sole. Si avvicinò ai sui fianchi e la circuì facendo attenzione a non stringere con forza tale delicatezza. “ Vedi, questo è tutto ciò che sono”, disse lui. Lei rivolse le sue orecchie e per un attimo fu innamorata di ciò che lui rappresentava al centro di quell’equilibrio naturale. Poi lui proseguì: “ io mi sveglio ogni mattina ascoltando l’alba e attendo che il sole timidamente faccia il suo trionfale ingresso, lasciando sfumare i suoi colori tra i campi. E lo senti il silenzio? Lui è il mio migliore consigliere, mi incanta, mi rapisce e mi fa compagnia perché placa i miei pensieri. Come potrei mai smettere di fare l’amore con tutti questi colori e sapori? I sensi mi parlano, tutti questi colori mi strappano l’anima come un sussurro”. Lei lo osservò e i suoi occhi sembravano emozionarsi di fronte alle sue mani ruvide che conoscevano la fatica. Lo sguardo di lui era in grado di contenere ogni lacrima e correre oltre infinite distanze. Lui si avvicinò e la premette a sé. Le sfiorò le labbra e le soffiò il suo fiato in bocca.”
Lei ripartì e si dissolse come la pioggia lava via la polvere. Scivolò via dalla sua vita e dal caldo che abbracciava ogni sua nostalgica radice, ormai perduta. Lei sparì e si mescolò al respiro del giorno.
Era seduta sulla panchina di una stazione e sulle sue gambe era aperto un libro. Come segnalibro vi era un pezzo di corteccia di ulivo e in prima pagina una dedica:
“Ti riconosco”
Sei una donna dotata di una grande forza d’animo, conservi un ricordo indelebile della tua terra e della tua gente.
Le tue esperienze ti hanno modellata, ti sono rimaste dentro come una luce e una ferita. Ricorda: ovunque tu possa trovarti al mondo, io non ti dimenticherò.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=qKMZ2H_a0z8
martedì 14 luglio 2009
UN TRENO IN ANDATA SENZA RITORNO



Questo racconto è stato scritto diversi anni fa.
Emerge l’emotività e l’instabilità di una ragazza matura, poco più che adolescente. E’ la storia misteriosa di un incontro che segue il corso di una profonda delusione, un rifiuto, un sentimento che non ha mai avuto il coraggio di essere vissuto. Una rivalsa avvenuta nel tempo e il forte desiderio di ricevere una risposta. Forse ciò che ci fa stare peggio è la negazione di una risposta ad un “perché”, quel perché che ci ha recato per tanto tempo un tormento. Il chiarimento contribuirebbe certo a restituire un senso di stabilità e di liberazione alla protagonista di questo racconto. Giunge la resa dei conti e un improrogabile impegno che potrebbe impedirla. Un affascinante mistero, che ci fa ricordare una delle tante storie di “Gente di Dublino” di Joyce, storie inaffidabili, indefinite ed emozionanti.
Cammino trafelata sotto i portici del centro città e incontro il tuo sguardo. Una fitta al petto. Prima di poter mettere in pratica qualsiasi reazione controllata, ti sorrido. Ci salutiamo e ci ritroviamo seduti a terra di fronte ad una chiesetta del centro storico a raccontarci di noi. Siamo cambiati. Tu ti accorgi di quanto io sia divenuta diversa dall'ultima volta che mi hai vista. Un giorno mi hai detto che avresti apprezzato se fossimo mai riusciti a parlarci liberamente senza vergogne e sensi di colpa sulle spalle. Mi accorgo che forse quel momento è giunto. Hai l'aria dimessa, spaventata ma felice. Stranamente sono tranquilla, scaldata dal sole e da un amore che mi dovrebbe dare conforto. Ti sfido con la mia fierezza, ti sfido con la mia diversità, ti sfido con questo falso senso di sicurezza che vorrebbe sorprenderti. Ti guardo negli occhi, ti fisso, cerco di non distogliere lo sguardo. Prima o poi ti accorgerai della mia forza, capirai che non sono più la stessa di un tempo. "Dai guardami, stimami, desiderami, soffri, perché non mi puoi avere, perché sono lontana mille miglia da quella che un tempo non riuscivi ad amare . Guardami negli occhi: sono più grande, sono quasi una donna, sono più forte".
Alzo il viso al cielo e mi lascio baciare dal sole. Voglio richiamare la tua attenzione. Fingo indifferenza, fingo serenità. Sono consapevole della mia bellezza e di questa forza ormai levigata con il mare della rabbia e dello sconforto.
Dopo quell' incontro, decido di raggiungerti per un ultimo saluto.
Siamo seduti al bar della stazione in attesa che arrivi il treno. Mi offri un "Bacardi". Inizi a parlare in modo ininterrotto. Ti interrompo. Ti stupisco e, quasi con un tono che suona aggressivo, ti chiedo: "dimmi solo una cosa: perché"? Non servono spiegazioni, non serve aggiungere altro. Sai già a cosa alludo. Ti svincoli e ti zittisci. Cerchi di trovare un ordine ai tuoi falsi e confusi perché. Cerchi, ma non riesci perché ancora stenti a fare chiarezza nei tuoi sentimenti. Mi guardi con occhi lucidi e, con voce tremante, mi offri una sola risposta, forse quella che da sempre avrei voluto ricevere: " uniche componenti, tanta stupidità e paura". Intanto sopraggiunge il treno. L'interruzione, l'ennesima interruzione. L'annunciatrice pronuncia il numero del binario e io devo correre perché il binario si trova nella parte opposta al bar. Devo riuscire a prendere l'ultimo treno, non posso perderlo. Corro, sento le scarpe troppo strette, lo zaino è troppo pesante, e ancora di più pesa il fardello di una bugia raccontata pur di rincontrarti di nuovo. Riesco a salire sulla carrozza. Dietro di me si chiudono le porte e il treno parte.
Da dietro i vetri delle porte il tuo viso. Ancora una volta addio, ancora una volta il tempo non ci lascia spazio per chiarirsi. Il treno si allontana, io cerco un posto in cui sedermi. Ho il fiatone e mi sento scossa. Il treno prende velocità, la testa mi gira. Guardo fuori dal finestrino: davanti ai miei occhi, i paesaggi scorrono velocemente e non riesco a definirne i contorni. E scorrono anche i visi diffidenti e curiosi dei passeggeri. Percepisco l'odore del lago, esso è filtrato attraverso il finestrino e si mescola con la puzza dei sedili un po' consunti. Appoggio la testa allo schienale del sedile e penso che non posso fermare tutto quel movimento con le mani, devo lasciarlo scorrere. Ho un impegno che mi porta dritto verso la sicurezza, la tranquillità apparente. E' lì che ho trovato riparo per scappare da quelle emozioni così forti, così imprevedibili, così instabili, così vere.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=RlwAHr-lgkI
http://www.youtube.com/watch?v=8HdfF-S0WUw
"Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l'avrai mai" ( Gabriel Marquez)
lunedì 6 luglio 2009
LE TRAIETTORIE DELLE RONDINI

Ero sdraiata su un prato al tuo fianco. In qualsiasi direzione volgessi lo sguardo, mi si apriva davanti un sipario fatto di azzurro con un perpetuo stormire di uccelli. L’occhio vigile inseguiva la traiettoria del volo che tagliava il cielo con linee brevi e interrotte. Tratti di penna all’ inchiostro di china, rondini nere che inseguivano il vento. Ero assorta da quella natura e invidiavo quello sfrenato spirito di libertà che il mio cuore ribelle mi concedeva. Ho sempre avuto un dono, la trasformazione del linguaggio delle immagini in pensieri profondi, per poi trasferirli in linguaggi verbali. Ho condiviso con te il vibrare di quella melodia, il riecheggiare sinuoso del volo. Avvertivamo il gorgheggiare del vento sotto soffici nubi, mentre timidi sprazzi di luce facevano elevare il nostro animo al punto da farci innalzare e volare con l’immaginazione. Dunque, sdraiati entrambi, con la schiena accostata ai verdi prati, immaginavamo, chiudendo le palpebre, di trasformarci entrambi in quelle due rondini, raggiungerle ed esperire assieme a loro l’infinito, in un volo regolare. Solo equilibrio. La perfezione del volo, la correzione dell’apertura alare. Attesa e ripartenza. Inseguimento lento, coordinato. Stessa angolazione, movimenti armonici. Cambiamento di traiettoria improvvisa e adattamento costante al percorso del compagno. I miei occhi scuri sembravano illuminarsi di fronte all’invidia di quegli esemplari volatili. Due rondini in volo senza mai fermarsi, scrutatori del tutto dall’alto, senza mai toccare terra. I nostri occhi catturavano tale magia finché il sole morente scompariva dietro le nubi. E nel cielo restavano solo le linee rette, quasi impercettibili, di due rondini che si allontanavano in un volo aggraziato, sempre.
Anna Valente.
http://www.youtube.com/watch?v=p8uqulHJz7I
FRAMMENTI BAGNATI

Tutte le strade portano qua, dove inizia la pioggia. Continua a piovere. Riprendo a camminare, confusa e sola, a pensare, sospesa nei miei soliti dubbi, mentre percorro le strade di questa città dolente. Ho solo voglia di camminare e di respirare l'odore della terra bagnata in questa domenica di pioggia.
Tu, fermo in macchina, immobile sotto una pioggia torrenziale. Hai le mani sul volante e hai solo voglia di piangere. Pioggia di rabbia.
Cammino, mi tormento. Tutto mi porta a te, persino questa pioggia impazzita, anche queste lacrime dentro cui navigano le nostre insicurezze. Siamo solo frammenti di ricordi bagnati e di sofferenze. Siamo le vittime di una vita che ha consumato le nostre speranze. Abbiamo lasciato in pasto agli avvoltoi la nostra fiducia e, ora, abbiamo paura di riprendercela. Siamo incapaci di staccare le unghie dalle pareti della superficialità perché non vogliamo farci risucchiare dagli abissi del profondo. Abbiamo sposato l'egoismo pur di dimenticare il male assordante di un profondo che uccide. E' più facile distruggersi. E' più facile rassegnarsi alla perdita in partenza, piuttosto che vedersi sconfitti dopo una logorante battaglia. Non posso accettare le tue lacrime, non posso essere le mie paure a provocarle. Alzo il volto e lascio che la pioggia lo attraversi scendendo a cascata. Ho i capelli zuppi. Acqua, ancora pioggia, forse mi piovono addosso le tue lacrime. E' solo paura, mi ripeto. E' solo pioggia. Ti prego dimmi che almeno tu hai finito di piangere.
Inizio ad avanzare velocemente, devo raggiungerti. Eccoti. E' solo pioggia che batte sull'asfalto, sul cofano della tua auto. Batto i pugni sul finestrino. Mi apri la portiera ed entro. Pioggia attorno alle nostre maledette dighe. I miei vestiti sono fradici, appiccicati alla pelle. Tuona, la testa rimbomba e mi fermo. Serro gli occhi e resto ad aspettare. Aspetto che tutta questa acqua spazzi via ogni mia paura.
Anna Valente.
http://www.youtube.com/watch?v=kJ3OJP-6C_A
http://www.youtube.com/watch?v=HYBhn9UGZv0
http://www.youtube.com/watch?v=NFP_GrzWylg
lunedì 29 giugno 2009
Ritratto di una donna

Tuttavia, la sua anima era torturata, vulnerabile. Perfino percorrendo il sentiero che conduceva alla Chiesa, fiducia com'era di essere da tutti i punti di vista al di sopra di ogni giudizio volgare, sapendo bene che il suo aspetto era perfetto secondo i criteri più esigenti, era tuttavia torturata nella sua fiducia e nel suo orgoglio, sentendosi esposta alle ferite dello scherno e dell'insulto.
Si sentiva vulnerabile, vulnerabile, vi era sempre una crepa segreta nella sua armatura.
http://www.youtube.com/watch?v=D7yVh2ZcDx4
(D.H. Lawrence, Donne Innamorate).
venerdì 26 giugno 2009
LA MIA PIETRA PIU' PREZIOSA.

Un odore acre, nauseante, pesante. Esso comprime le narici: la morte.
Te, nella tua eterea bellezza, eri sdraiata in mezzo ai fiori. Un viso di cera, un cenno di sorriso e le tue mani giunte. Sembravi felice. Eri più bella del solito. Ci hai lasciati, non hai dato preavviso.
Sono entrata nella tua stanza a darti il mio ultimo saluto e di passaggio, nel corridoio, ho visto il ritratto di tua figlia da bambina. Ho trascorso per anni i miei pomeriggi al suo fianco e la vedevo crescere poco a poco. Mi sentivo come una sorella maggiore, che la conduceva per mano nei verdi prati della fanciullezza. Ormai è quasi donna, una piccola incantevole donna, dotata di forza e maturità.
Ho sofferto per il tuo abbandono. Ho sofferto per il vuoto incolmabile nella vita di tua figlia. Ho sofferto per i ricordi dipinti di infanza che te mi hai lasciato. Ho sofferto per il tempo che retrocedeva nella mia mente e che mi faceva ricordare me, te e la tua bambina, mentre giocavamo in quella stanza. Ricordi felici e annebbiati. Ricordi che stridono con questo dolore infernale fermo all'altezza delle mie viscere. La testa girava e continuavo ad interrogare infiniti e retorici "perchè".
Ho pianto per ciò che con te se ne andava: le risate di tua figlia felice che distruggeva le nostre piramidi di plastica, i teatrini di marionette, i travestimenti, le nostre merende. Ho pianto per tutti i cartoni animati della Disney che abbiamo visto, e, per i tuoi sofficini. Ho pianto per l'odore della tua legna nel camino. Ho pianto per l'eleganza con cui indossavi le gonne, per le meravigliose pantofole tirolesi che avevi ai piedi. Ho pianto per le tue mani lunghe e affusolate. Come conoscevo bene quelle mani, erano così candide. E come in un'ultima fotografia, ora le vedevo davanti a me, composte, immobili. Ho pianto per le tue collezioni di Swarosky, per i tuoi presepi. Ho pianto per i tuoi capillari sotto gli occhi, per le gite nel parco, per le estati trascorse nello stesso luogo di montagna, per la stima che mi dimostravi e per i tuoi infiniti grazie. Ho pianto per come mi sorridevi quando guidavo la tua bambina nel mio mondo di fiabe e per tutte quelle volte che la aiutavo a studiare. Ho pianto perchè mi ero allontanata dalla tua piccola da troppi anni ormai e non la conoscevo quasi più. La tenevo stretta a me e lasciavo che i suoi singhiozzi si soffocassero sulle mie spalle, ma mi sentivo un'estranea. Forse era la tua bimba l'unica adulta, quella che avrebbe dovuto sorreggermi dalla mia paura di vivere per poi morire.
Pianti ininterrotti, mai rassegnati per tutto ciò di bello che mi hai lasciato. E non c'è molto da dire sullla mia vigliaccheria, la mia incapacità di dare una consolazione a tua figlia, di parlare ancora di te in sua presenza. Non oso, perdonami, non ne ho la forza.
Mi resta solo il tuo ricordo latente. Aleggia nell'aria, fa male. Cerco di spingerlo indietro giuro, ma l'indifferenza è solo il travestimento di un dolore inaccettabile. Non voglio indagare su di esso, non riesco ancora ad affrontarlo a pugni stretti.
Ogni tanto passo davanti alla tua porta di casa e sento quell'odore di legna sul fuoco. Resto ferma dietro quella porta che non riesco più a varcare e, ti respiro.
Ti ricordi quell'anello che avevo al dito e che tanto ti piaceva? Il giorno prima che te ne andassi, mi avevi chiesto di lasciartelo perchè conoscevi un negozio in cui me lo avrebbero riparato. A volte penso che quell'anello sarebbe ancora con te se io te l'avessi lasciato. Quel gioiello è ancora così, senza pietra. Esiste un solco che non può essere colmato. Forse un giorno troverò ancora il coraggio di indossare quell'anello dal vuoto insostituibile. Forse un giorno troverò il coraggio di accettare la tua scomparsa senza affanno, senza alcuna ricerca osessiva. Forse.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=ZXnPgH-uxus&feature=PlayList&p=44942211788B62AF&playnext=1&playnext_from=PL&index=54
http://www.youtube.com/watch?v=RjoHxExQzXQ
venerdì 12 giugno 2009
RADICI ANTICHE E FUTURE


Bisogna cercare di farsi conoscere il più possibile dalla persona che si intende amare o forse lei ci ha da sempre conosciuti?
Sete di parole. Mi piace parlare con te, perdermi in labirintici pensieri e lasciare che il tuo silenzio fatto d'ascolti riempia i vuoti del mio cuore. Sguardi, frasi che scorrono veloci, parole interrotte, baci. Pause, miscroscelte lessicali istintive, melodia, tono, odore. La mia ragione si lascia andare, briglia sciolte davanti alla tua semplice naturalezza. Tu sei praticità, non ti poni stupide questioni, non fai più infantili e curiose domande. Mi piace averti vicino. Parola e presenza.
Te ti sei soffermato da troppo tempo sull'aspetto osceno della vita e con me speri di riaprirti all'età dell'oro. Ti riecheggiano nelle orecchie i miei sorrisi, i miei occhi impazziti di vita. Sono forse irreali? Ricordi sbiaditi e proiezioni automatizzate dalla comunicazione tecnologica. Ci siamo impegnati a sopravvivere a lungo ai nostri personali dolori. Sentimenti calpestati. Stessi film vissuti, stessi finali. Di nuovo siamo in gioco, ma a questo giro, siamo spauriti. Ci siamo solo io e te su questo set. Quale sarà il finale? Riusciremo a farcela? Riusciremo a staccarci di dosso gli spettri del passato? Riusciremo a vivere di beata giovinezza? Riusciremo a spogliarci da questa pesantezza, di un vivere che noi non abbiamo mai vissuto assieme? Riusciremo a fare tutto questo senza disperderne il valore?
Io vorrei solo abbracciarti e farti dimenticare in fretta tutte quelle sofferenze, ripulirti da tutta quella polvere, succhiare via il veleno dal tuo sangue. E anche il tuo dolore, io lo vorrei bere, e poi gettarlo lontano.
Quando si è davvero pronti a rivivere nuovi rapporti? Forse tutto è determinato dalla velocità con cui risaniamo vecchie ferite, in cui elaboriamo il dolore. Traumi che lasceranno sempre impronte laceranti e che ci porteranno ad aprirci con meno semplicità e più pregiudizi. Paure, che si fanno insommortabili.
Salgo sul treno... Non riesco a fermare i miei movimenti, le gambe mi tremano.. I viaggiatori vicini mi fissano. Guardo fuori dal finestrino, il cuore mi rimbalza nelle orecchie, poi lo sguardo si sposta impaziente sul monitor del mio cellulare. Sono passati dieci minuti da quando ti ho scritto, ma te non rispondi. Mi ripeto: "cosa vuoi che siano pochi minuti? Smettila di agitarti"...Ma non riesco. Nuova pazzia, nuova partenza, nuovo tutto. Lui sarà così nuovo? No, lui mi conosce da una vita.. o forse no? Lui, lui, lui è esattamente ciò che la mia mente ha sempre disegnato e ne conservo ancora le matite in un buio cassetto. Aspettattive, strazianti illusioni. Pesantezza nel definire i contorni di queste migliaia di sfumature del mio essere, tra passato, presente e futuro, tra i tanti confusi sentimenti.
Il cellulare fa il suo "bip"..Tu mi dici che sei già alla stazione, ma che vorresti scappare.
Agonizzo, giuro. Mi logoro. Mi ribolle il sangue nelle vene. Sucidio. Lancio nel vuoto. Il treno ha finito la sua corsa.
Arrivata.. Eccomi..Si aprono le porte... Eccomi... Vorrei correre ma i piedi sono pietrificati. Poi scendo.. Ti vedo. Ti avvicini a me. Il cuore è ancora nelle mie orecchie, ne sento i rintocchi; poi esso scivola su una pista piena di curve e sento che raggiunge la gola. Mi sto strozzando. Mi dico: " fai finta di niente". Le mani tremano e, mentre alzo gli occhi, riconosco la tua sagoma ormai a pochi metri da me. Vorrei scappare via...Eccoti, bello nella tua maestosità. Vorrei nascondermi dietro una colonna, ma mi vedi. Mi corri incontro. Io mi avvicino verso di te e, a pochi centrimetri, ci fermiamo. Occhi nuovi, occhi di allora. Ritorno. Nuova, unica scoperta. Sorpresa. Esaltazione. Paura, tanta. Ci guardiamo incantati. Ho la bocca impastata e la voce è troppo fioca. Impossibile abbattere la mia afonia. Silenzi. La tua tachicardia ti rende altrettanto impacciato. Solo un desiderio: l'abbraccio. E il mio corpicino resta rannicchiato nelle tue immense braccia. Un ritorno di bimba mentre te mi sorridevi con la tua dolcezza. Solo un sogno che si realizza.
Parole che non si riescono ad esuarire. Silenzi immersi nella natura delle montagne, di un abbraccio. Sguardi contemplanti e mani sudate.
Due calici di vino, io maldestra rovescio un tavolino di vetro. Te e la tua musica. Io spettatrice. Unica protagonista: la tua chitarra.
Ti stringo forte sul sellino in piena velocità e i capelli mi si scompigliano nel vento. Mi lascio cullare dalla tua protezione. L'andamento lento della moto che divora la strada. Andamento armonico, silenzioso. Così sono i miei pensieri. Avvolta da un'aurea di emozioni, da una forte energia, da paesaggi incredibili.
Ci fermiamo. E' bello guardare il panorama da questo scorcio di autostrada. Panorama lacustre. Ti strappo un bacio. Fa troppo caldo.
Arriviamo fino in cima alla montagna. Scorgiamo un monastero. La stanchezza ci fa fermare. Siamo appoggiati ad un cancello. Confessioni troppo intime per essere svelate. Solo i fantasmi dei nostri avi ne sono testimoni. Storie di spiriti e presagi, di ancestrali tradizioni. E poi riemergono le origini, le nostre, uniche e rare.
Visitiamo le antiche mura del monastero e una vista panoramica sulla valle. Riuscirò mai ad avere un controllo delle mie emozioni nello stesso modo in cui il mio occhio riesce a fotografare tale paradiso con questo grand'angolo?
Alla fine del percorso guidato, un libro. La pagina delle firme e dei pensieri da condividere come ricordo. Solo l'inzio. Solo un pezzo di noi, un pezzo di musica, un pezzo di poesia, un pezzo di valli, un pezzo di sogni. Solo l'inizio di un lungo ritrovarsi, per poi continuare a sonnecchiare la domenica mattina insieme e prima di cominciare a riempire le caselle vuote del presente.
Ci fermiamo. E' bello guardare il panorama da questo scorcio di autostrada. Panorama lacustre. Ti strappo un bacio. Fa troppo caldo.
Arriviamo fino in cima alla montagna. Scorgiamo un monastero. La stanchezza ci fa fermare. Siamo appoggiati ad un cancello. Confessioni troppo intime per essere svelate. Solo i fantasmi dei nostri avi ne sono testimoni. Storie di spiriti e presagi, di ancestrali tradizioni. E poi riemergono le origini, le nostre, uniche e rare.
Visitiamo le antiche mura del monastero e una vista panoramica sulla valle. Riuscirò mai ad avere un controllo delle mie emozioni nello stesso modo in cui il mio occhio riesce a fotografare tale paradiso con questo grand'angolo?
Alla fine del percorso guidato, un libro. La pagina delle firme e dei pensieri da condividere come ricordo. Solo l'inzio. Solo un pezzo di noi, un pezzo di musica, un pezzo di poesia, un pezzo di valli, un pezzo di sogni. Solo l'inizio di un lungo ritrovarsi, per poi continuare a sonnecchiare la domenica mattina insieme e prima di cominciare a riempire le caselle vuote del presente.
Tremo. Troppo. Ancora.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=LsTQM4t76r8
venerdì 1 maggio 2009
MANDARINI SALENTINI

Riconosco questo profumo pungente
e mi riporta alla mente
grappoli di mandarini in ceste
di vimini e terra
rossa, terra di ulivi e di vini.
In attesa la gerla
scovai silente al passeggiare
la scoscesa via dei campi
rugosi della vecchia masseria
che, appesa tra la Luna e i fasti
ombreggiava sui miei passi
la sua resa - la sera -.
Solo il secolare legno,
con sorpresa dei miei occhi,
era con quelli rotti e spenti di lei
in contesa per gli ultimi sguardi
rei di curiosità, di un umana
ed accesa meraviglia
e triste pietà. Piansi; e
al ritornar sulle mie orme
voltai lungo un filare di ombre
basse al vendemmiare
tra cantilene contadine e grappoli
in ceste di vimini,
di gente - forse anime -
che al tramontar della semplicità
non s’era mai arresa.
E me ne venni via all’alba
sognante, ma
con un rametto secco tra le dita.
E con le dita aspre
adesso
sbuccio ricordi salentini
che sanno di sogni - o visioni -.
Enrico Gualdi
Video in omaggio ai Negrita e ai miei compaesani salentini http://www.youtube.com/watch?v=UPG6SknxokY
IDENTITA'

26.04.2009
QUANTE VITE VIVIAMO IN UNA STESSA VITA? QUANTE VOLTE NASCIAMO PER POI MORIRE? QUANTE IDENTITA' NUOVE CI COSTRUIAMO? A QUANTI CORPI APPARTENIAMO?
CERCANDO LE RISPOSTE CI ACCORGIAMO QUANTO SIA DIFFICILE ABITUARCI A NOI STESSI. QUANDO PRENDIAMO CONFIDENZA CON IL NOSTRO IO, DOBBIAMO RICOMINCIARE A CONOSCERCI.
MA CHI SONO? SONO IL RISULTATO DELLE DISTANZE CHE IO RIESCO PRENDERE DA ME STESSA E DAGLI ALTRI. SONO LA RIELABORAZIONE PERSONALE DELLE ASPETTATIVE ALTRUE RIFLESSE SUL MIO RAGGIO DI AZIONE. IO SONO COLEI CHE DECIDE SEMPRE, SE PUR MAI PRIVA DI CONDIZIONAMENTO.
E IL MIO PENSIERO, ANCH'ESSO E' CONDIZIONATO IN MISURA DIRETTAMENTE PROPORZIONALE DALLA MIA INTIMITA' E DALL'INFLUENZA ESTERNA. ESSO CONDUCE LE MIE AZIONI, SENZA MAI PURIFICARSI DEL TUTTO.
L'IDENTITA' SI RIFLETTE SEMPRE VERSO L'ESTERNO. NON SI RIESCE MAI AD ESSERE COMPLETAMENTE INDIVIDUALISTI. SIAMO SEMPRE CONDIZIONATI DAI TRASCORSI, DAGLI EVENTI, DALLE PROIEZIONI NEGLI ALTRI, DALLE VOLONTA', DALLE ATTESE CHE RIVERSIAMO VERSO NOI STESSI E DALLE PROFONDE MOTIVAZIONI CHE LE ACCOMPAGNANO.
L 'INDIVIDUALITA' NON E' MAI DEL TUTTO SPOGLIA DALL'ESTERIORITA'.
Anna Valente
http://www.youtube.com/watch?v=KzlhqqQVf_0
Anna Valente
DUE DI DUE

NON MI ERA MAI CAPITATO DI SENTIRMI RISUCCHIATO TANTO NEL RESPIRO DI UNA PERSONA, NEL SUO CALORE INTERIORE.
NON AVEVO MAI AVUTO UNA FANTASIA NOTTURNA O UN'INFATUAZIONE DI MARE O UN RAPIDO DESIDERIO CHE ARRIVASSE A SCIOGLIERE COSI' I CONFINI TRA LE SENSAZIONI, FONDERLE IN UNICO STATO OSCILLANTE.
ANDREA DE CARLO
http://www.youtube.com/watch?v=Fl-V-qYV7tw
RAPPORTI COME NUVOLE

01/04/2009
QUANTI GIRI LUNGHI CHE FA LA NOSTRA MENTE, STUDI STRATEGICI, PERCOSI PIANIFICATI, PER POI SCOPRIRE CHE LA REALTA' E' BEN ALTRO, E' SPIAZZANTE, TALVOLTA DELUDENTE.
SI CERCA DI AVVICINARE QUALCUNO QUANDO AL SUA VOLONTA' E' GIA' QUALCOS'ALTRO, QUANDO RISPONDE A NUOVE ESIGENZE, A NUOVE ESPERIENZE. QUANTE VOLTE LE VOLONTA' FANNO DEI GIRI IMMENSI E POI SI INCONTRANO? QUANTE VOLTE C'ERANO TUTTI I PRESUPPOSTI E POI SVANISONO? AMORI, AMICIZIE, SITUAZIONI, CHE PRENDONO STRADE DIVERSE.
PERDITA DI VOLONTA', VOLONTA' CHE NON SONO MAI NATE, VOLONTA' CHE NON SI SONO MAI INCONTRATE.
PERSONE CHE SI SCELGONO, CHE SI ARRICCHISCONO, SI COMPLETANO E POI NON SI BASTANO PIU'. SI FINISCE DI SCEGLIERSI, CI SI ALLONTANA.
I RAPPORTI SONO COME NUVOLE: SI SEPARONO E SI UNISCONO, A VOLTE SI IMPRIGIONANO, ALTRE VOLTE NON SI BASTANO.
LE SCELTE, LE VOLONTA' NON SI POSSONO PREVEDERE, NON LE SI PUO' CONDIZIONARE.
E' QUESTIONE DI ISTINTI, E' QUESTIONE DI BISOGNI, E' QUESTIONE DI CURIOSITA'. E' SEMPLICEMENTE UN CONTINUO OSCILLARE, UNA CONTINUA RICERCA DELLA FELICITA'. QUESTA E' LA NOSTRA CONDANNA: IL MALINCONICO SENSO DI INSODDISFAZIONE CHE CI SPINGE VERSO IL CAMBIAMENTO. ED E' IL NOSTRO COSTANTE OSCILLARE TRA LA GIOIA E IL DOLORE CHE CONTRADDISTINGUE IL PERCORSO: CI AVVICINIAMO ALLA FELICTA' E CE NE ALLONTANIAMO INESORABILMENTE. CAMBIAMO SCELTE, BISOGNI, PERSONE. UNA VITA APPESA AD EQUILIBRI PRECARI.
ANNA VALENTE
http://www.youtube.com/watch?v=C1ANVF_OiRQ










